IL METAL È POP – Chiara Daino.

«Questi giovani drogati, depravati, capelloni».

Spolverando l’allocare e l’alloccare comune – si principia questa provocazione usando l’Assemblea Musicale Teatrale. Il fraseggio, estrapolato dal resto e dal contesto, è perfetto per riassumere il pregiudizio [manca «figli del Dimonio» ma la canzone non era pensata per descrivere come la maggioranza di un indefinito «popolo sovrano» stigmatizzi i Metallari].

Il Metal è Pop, popolare – nell’etimo. Mi spiego: questo fantomatico «popolo», il popolo da sondaggio media e statistica, è un collettivo che ammassa perché annulla. È una vecchia verità ossimorica: tutti e nessuno.

Credersi «diverso» è vezzo umano, esasperato da nomi di battesimo di dubbio gusto…

Per questo il Metal è Pop, per ogni drago! Chi non si sente incompreso, disagiato, offeso, impotente, deluso, frustrato? Chi non si sente «un diverso»? Cambiano la storia e lo spartito; ma l’essere umano è un popolo – ammorbato. Morboso e mortifero: un semplice riassunto. Culla e bara; prega e spara. Oblio e Memoria.

Che la droga si chiami eroina o rupofobia; potere o sapere; incoscienza o dipendenza; doppiacassa a cappella o notturna diplofonia esofagea; si chiami firulì o firulà – poco importa: quale sia la nostra droga deve essere esclusiva, settaria, in differita aggregante ma ad personam.

La verità [ci] fa male – lo sooo! Nessuno [ci] può giudicare ed è memoria di Metallo Popolare: You labelled me, I’ll label you. Unforgiven and unforgotten.

Siamo sempre più specifici [quale Metal? Death? Brutal? Prog? Quale Pop? Indie? Noise? Country?] e sempre meno speciali. Perché non accettiamo essere – umani [col disumano che comporta e che controbilancia]. Accettare il contrasto violento dell’ossimoro eterno, per noi geniali stupidi detti umani, è dramma che si dirama, mutando forma ma mai sostanza. Elicitare Watson, elicitare.

Ἔρως καὶ Θάνατος; Sex and Death. Il Metal è Pop e Lemmy è Lirico: il problema dell’umanità è che non sopporta l’umano.

Siamo un divino mancato per quel morbo autoimmune che alterna continuamente veleno e antidoto: siamo un farmaco che non accetta essere al tempo stesso condanna e salvezza. Domanda e risposta. Non accettiamo essere un pendolo che oscilla tra massacro e meraviglia. E ci si droga anche con un’innocua scelta sonora.

Ma l’Arte non consola, consacra.

(Nella foto Chiara Daino, poeta)

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