ROMA CITTÀ APERTA… ALLA MONNEZZA – Mattia Feltri

Parafrasando un personaggio un po’ più serio in una questione un po’ più seria, la nostra spazzatura equivale alla nostra vita. La nostra, dico, perché intendo noi romani, quelli che a Roma ci sono nati e quelli che ci vivono, immersi in un senso di comunità soltanto in quanto immersi nella medesima spazzatura. Il vero è soltanto dove mettiamo i piedi e le mani, e il falso è tutto il resto: la città ripulita, secondo una delle più riuscite battute umoristiche di Beppe Grillo, e la città sporca per colpa del sindaco Virginia Raggi. La cui unica colpa, a essere seri, è di aver intuito un complotto dei nemici occulti della rivoluzione (minuscolo, pardòn) nella quantità di vecchi frigoriferi abbandonati sulle rive del Tevere, nelle piccole discariche organizzate in periferia, pure negli angoli dei vicoli medievali. In questo caso la spazzatura, ingombrante, non è altro che l’ingombro psicologico di un Movimento, quello grillino, persuaso di combattere la partita del bene contro le forze occulte del male, e lo pensavamo uno scarto ideologico, ormai, oppure la pulsione di una manifestazione ginnasiale del sabato mattina. Anzi no, Raggi ha una colpa in più. La città è sporca come prima, e noi per ripulirla le daremo tutto il tempo di una consiliatura, purché le soluzioni non siano tutte della qualità dell’ultima, quando ha promesso di punire chi rovista nei cassonetti. Ora è vietato rovistare nei cassonetti se, rovistando, si spande spazzatura a terra, ma se si rovista senza spanderla, tutto ok. E invece no: è una mancanza incredibile, ha detto Raggi, così presto i rom non potranno più pescare la ferraglia che vanno a rivendersi, ma soprattutto gli immigrati, i senza tetto, e cioè i disperati fra i disperati, che ripescano dalla spazzatura indumenti per ricoprirsi, o oggetti da rivendere nei mercatini abusivi dove si servono – attenzione – anche i poveri e i pensionati che non hanno denaro per andare nemmeno da Zara o H&M. Capite perché la spazzatura equivale alla nostra vita? Perché la spazzatura è diventato l’indice (non si vuole dire metafora) di come si vive qua. E cioè: in un mondo ideale, si fa in modo che nessuno debba campare di monnezza; ma, se non ci si riesce, almeno non glielo si vieta. In un mondo appena normale, non si stabiliscono sanzioni per chi non comunque non le pagherà, visto che le multe non le paga nemmeno chi potrebbe permetterselo. E, infine, rimane un grosso dubbio: se un rom dovesse raccattare un frigorifero abbandonato in strada, sarebbe sanzionabile o gli si dà una medaglia, in quanto orgoglioso oppositore del complotto dei poteri forti? Mah. E se qualcuno dovesse servirsi della ferraglia, dei mobiletti di legno o plastica, delle scarpe, delle stampelle, dei giubbotti, perfino dei televisori che i romani adorano riporre non dentro i cassonetti, ma a fianco, l’infrazione sarebbe consumata oppure no? Sono i misteri di questo tempo tutto da buttare, in cui i bei bidoni in ferro battuto lungo i nostri marciapiedi stanno scomparendo per paura del terrorismo: al loro posto degli orrendi cesti con sacchetto di cellophane a vista. Evabbè, la sicurezza, però – scusate la piccineria – il saldo è a ampiamente negativo: i bidoni non ci sono più, ma di cesti ne arrivano pochi, e si può camminare per centinaia di metri con la sigaretta in mano senza sapere dove gettare il mozzicone, finché non lo si getta a terra, dove quanto a spazzatura ci sarebbe parecchio da riciclare, e li si getta rigorosamente accesi, sperando che qualcuno li raccatti per l’ultimo tiro.

(In foto Mattia Feltri, editorialista de La Stampa)

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