LA LIBERTA’ OBBLIGATORIA DI ZUCKERBERG – Roberto Manfredi

“L’uomo fa molto di più di ciò che può o deve sopportare. E così finisce col credere di poter sopportare qualunque cosa. E questo è terribile.”

Così scrisse William Cutberth Faulker, Premio Nobel per la letteratura nel 1949, non vissuto abbastanza , per sua fortuna, per sopportare il fascino indiscreto del pubblico dileggio su Facebook. Una delle tante pratiche quotidiane dell’era dell’onnipotenza odierna. Un meccanismo culturale infernale, che non riusciamo a controllare nonostante la nostra buona volontà. Faulkner aveva ragione. Noi facciamo molto di più del necessario e il di più molto spesso è totalmente inutile e a volte persino dannoso.
Il Social diventa così socialmente pericoloso. In realtà non è il mezzo in sé a essere negativo, quanto l’uso distorto che se ne fa. Così è per la televisione, la radio, la stampa e per tutti i mezzi di comunicazione possibili. Se usiamo bene il mezzo e sappiamo controllarlo va tutto bene, ma se è il mezzo a controllare noi allora il mondo si capovolge e cominciamo a credere che possiamo sopportare qualsiasi nefandezza, come partecipare alla gogna mediatica nei confronti di una persona nota, alla condivisione di un video efferato e violento, fino alla celebrazione dell’ignoranza populista che inventa crimini e misfatti su misura. Come canta Tonino Carotone : “ E’ un mondo difficile in questa nostra piccola vita”. Le soluzioni non sono facili, né dal punto di vista del controllo tecnico, né sotto il profilo legislativo. Il social è pubblico, pertanto la pubblicazione dei contenuti è sotto la diretta responsabilità degli utenti. L’unico algoritmo di controllo in uso su Facebook è il nudo. Provate a postare un quadro di un nudo femminile e il vostro post prima o poi sarà bannato. Non avviene invece sui video violenti, a meno che non arrivino valanghe di segnalazioni e di richieste di rimozione del post da parte degli utenti, ma la tempistica può durare molte ore. Il caso del criminale Steven Stephens di Cleveland che ha ucciso un settantaquattrenne postando il video dell’omicidio su Facebook è esemplare. Il video è stato rimosso solo dopo tre ore, un tempo necessario per essere stato visto e scaricato un milione e seicentomila volte. La responsabilità di Facebook è quindi evidente. Il blocco automatico sui contenuti violenti non esiste. La fiducia nei computer e nei sistemi di comunicazione è incondizionata e questo porta alla cosiddetta democrazia dell’orrore. Diversa è la situazione italiana, anche se quotidianamente vengono postati video violenti, atti di bullismo e vandalismo. Ma esiste anche una violenza più subdola che non risparmia nemmeno i defunti. I vari epitaffi e necrologi che vengono postati ogni qualvolta una persona nota lascia questa valle di lacrime sono sotto gli occhi di tutti. Un recente caso da iene da tastiera è quello che riguarda la dipartita di Gianni Boncompagni. Un minuto dopo la notizia della sua scomparsa sono stati postati commenti imbarazzanti. Fatto ancor più grave, dato che in questo caso la persona presa di mira, non avrebbe potuto smentire né difendersi. Così improvvisamente la biografia artistica del noto autore e regista televisivo si è ridotta a una sua battuta su Mia Martini. Magari non di buon gusto, ma sempre di battuta si trattava e peraltro rivolta a un ristretto gruppo di persone. Così almeno scrisse la rivista Epoca secondo una ricostruzione della stessa Mia Martini. Ma non c’è alcun documento audio o video che lo comprovi. Ma basta scriverlo su Facebook ed ecco che il fatto per alcuni diventa reale, solo perché diventa di pubblico dominio. Non c’è morale, buon gusto, intelligenza e cultura che tenga. La iena da tastiera diventa il cacciatore dell’untore di Menzoniana memoria. Il giorno in cui scomparirà Roman Polanski, qualcuno lo ricorderà solo per la causa tutt’ora in corso dell’atto sessuale compiuto su una minorenne. Scompariranno di colpo tutti i suoi film, i suoi racconti, i premi vinti e quant’altro. Nessun giornalista serio oserebbe scrivere un articolo del genere, ma la iena da tastiera lo fa volentieri e solo per puerile narcisismo e per sfuggire dall’anonimato compulsivo. Dovremmo quindi affidare le nostre emozioni e i nostri sentimenti a degli algoritmi, in grado di valutarne il pericolo sociale ? Forse potrebbe essere l’unico strumento possibile, dato che l’uomo sembra che non ce la faccia ad elevarsi da solo. Possiamo chiederci se è questa una vera democrazia ? o come la chiamava Giorgio Gaber una libertà obbligatoria ? Dove tutto si può e si deve fare, persino sputtanare un defunto lo stesso giorno del suo funerale. Perché è il disgusto che attira più di ogni altra cosa e questo Mark Zuckerberg lo sa benissimo.

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