BLOCCO DI WHATSAPP: CHIAMIAMO LA PROTEZIONE CIVILE? – Enrico Nascimbeni

Ieri Whatsapp è rimasto bloccato per alcune ore.  E su Facebook è andato in onda il panico più totale. C’era chi scherzosamente prometteva un suo rene  affinchè tornasse a funzionare. Chi era incazzato davvero. Molti i disorientati. Nessun suicidio o moto di piazza. Ma è indubbio che un poco scherzoso senso di panico si è diffuso in rete. Si potrebbe chiamarla anche una crisi di astinenza di massa.

Ma ci rendiamo conto di come siamo ridotti? A parte che esiste il telefono per le cose urgenti. Lo so perché non ho Whatsapp e spesso mi viene chiesto se ce l’ho. Anche per lavoro. Alla mia risposta “no non ce l’ho” le reazioni sono varie. Sento compatimento. Sento il pensiero di chi ce l’ha. E spesso è “sei un povero pirla”. Ma perché questo razzismo telematico? Io ad esempio ho un telefono polacco di una vecchia stazione ferroviaria. Voi ce l’avete? No. Ma mica penso che siate degli sfigati.

Insomma mi sembrate dei paninari antidiluviani. C’hai le Timberland? “No però c’ho Whatsapp e il Monclaire”. Ma dai su. Ma ho parenti lontani…E  scrivetevi almeno una volta. Che fa pure bene.  Una bella cartolina.  O una mail.

Mi vengono in mente dei titoli di canzoni. “Telefona tra vent’anni”…”Chiamami suWhatsapp tra vent’anni”. Pessima. O “Piange il Whatsapp”…Oppure “Va bene va bene va bene così…anche se non mi vuoi bene ci sentiamo su Whatsapp…”.

Schiavi di un’applicazione.  In un mondo dove oramai comunicare è veramente un gioco da ragazzi. Viva le applicazioni E il celodurismo di chi ne ha di più . Anche le più inutili. Vorrei un’applicazione che non applica nulla e dice : “Scrivi una lettera o dammi un colpo di telefono pistola”.

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