IL “BIGIO” STORIA DI UNA STATUA “FASCISTA” – Stefano Pazzaglia

Voglio raccontarvi una storia nota nella mia città ma sconosciuta nel resto d’Italia. È la storia del Bigio. Ma partiamo dall’inizio.

Verso la fine degli anni trenta il regime volle celebrare la sua grandezza, a eterna testimonianza dei fasti fascisti, anche a Brescia. Decise di radere al suolo il vecchio quartiere medievale delle pescherie, che dal Carmine scendeva verso sud, per costruirvi una piazza. Le duecentosessanta famiglie che abitavano le vecchie case del borgo vennero trasferite in baracche nell’Oltremella. Vi rimasero fino al 1967.

L’imponente opera venne affidata all’architetto Marcello Piacentini e il risultato del suo lavoro fu Piazza della Vittoria ( oibò ) che ha forma a elle e volumi imponenti, squadrati ricoperti di marmo bianco e ovvi richiami alla romanità. I lavori durarono dal 1927 al 1932 e all’inaugurazione presenziò Mussolini. Dominante nella Piazza una fontana con al centro un’imponente statua, 7,5 metri di altezza,  di Arturo Dazzi, raffigurante un giovane nudo con le vergogne ben in vista. “L’era fascista” il nome dell’opera. Ecco se posso fare un’appunto all’autore, per quel che ho potuto notare nelle foto, è che poteva essere meno avaro nelle parti intime perché il muscoloso giovanotto raffigurato risulta un po’ scarso laggiù. L’era fascista non c’ha fatto una gran figura. Pare che l’opera non piacesse neanche all’autore. Il ragazzone ‘gnudo venne soprannominato dai bresciani il Bigio.

Nel settembre del ’45 il giovanotto venne tolto dal suo piedistallo e riposto in un deposito comunale di Via rose di sotto. Lì giace da allora.

Una decina d’anni fa la giunta di centrodestra del Sindaco Paroli, nelle figure degli assessori nostalgici Labolani e Arcai, decise di riportare in Piazza il Bigio. E scoppiò la polemica. “L’era fascista” non riprese mai il suo posto. Le amministrazioni successive di sinistra accantonarono ovviamente l’idea. Mari d’inchiostro son stati spesi in proposte d’ogni genere per cercare di ricomporre una polemica che non trova fine. Le idee più strampalate hanno occupato le pagine dei giornali locali. Si è inserito anche l’onnipresente Sgarbi  che con Giordano Bruno Guerri direttore del Vittoriale e del mu.sa, museo della follia di Salò, hanno richiesto il biancone ( altro nome dell’opera di Dazzi ) per portarlo in riva al lago. Nelle ultime settimane la querelle carsica è riemersa prepotente perché nel posto destinato al Bigio è stata messa un’opera di Mimmo Paladino ( quello della porta di Lampedusa ). Un “gigante” di pietra nera. L’opera non ha un nome. Siamo passati dal Bigio al Nero. La discussione si è talmente esacerbata da far passare in second’ordine la straordinaria mostra del grande artista campano che ha disseminato 72 sue opere in giro per la città. Il tutto verrà rimosso fra qualche mese.

Bene, bella storia mi direte. Ma a me? E vi rispondo. Credo che questa piccola storia di provincia sia emblematica dell’italiano fare. Abbiamo l’attitudine a ridiscutere il ridiscusso. Siamo più bizantini dei bizantini.

Mi permetto un’ultima considerazione. Non ho mai espresso pubblicamente la mia opinione in merito a questa vicenda. E ora lo faccio. Io credo che La decisione su cosa fare del Bigio sia stata presa  nel settembre del quarantacinque da persone che avevano vissuto la guerra e il fascismo. Rispettiamo la loro decisione.

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