BORIS VIAN IL PESSOA FRANCESE – Maria Livia Mischitelli

Boris Vian è nato il 10 marzo 1920 a Ville-d’Avray (vicino a Parigi) ed è morto il 23 giugno 1959 à Parigi intra muros.

Ingegnere ma anche scrittore, musicista, compositore, traduttore, rimane un artista, un poeta iconoclasta che seppe dare vita alla Parigi degli anni 40. Con la sua energia, la sua foga e il suo amore infinito per la vita, la musica Jazz entrò in tutti i locali in voga di Saint-Germain-des-Prés nonostante la guerra.

L’uomo dalle mille volte

Come mille esperimenti, mille vite con i suoi mille pseudonimi, tra cui l’americano Vernon Sullivan con il quale firmò, fra l’altro, il romanzo che fece più scalpore : Sputerò sulle vostre tombe (1946).

A temi sempre molto attuali (il razzismo, il dominio dei « potenti » sui più bisognosi), Vian abbina una scrittura violenta che rispecchia per denunciarla in modo straordinariamente efficace la violenza della società degli uomini (L’erba rossa, 1950 ; Lo strappacuore, 1953). Lo stile di Vian gioca con il nonsense e l’assurdo, creando un universo completamente surreale. Ma questo suo « mondo » ha la particolarità di sostituire completamente il reale, inventando una forma originale, un universo a sé. Ad esempio nella Schiuma dei giorni, Chloë la protagonista si ammala gravemente : le cresce un nenufaro dentro ai polmoni, per cui non può più respirare. Vian riesce a fare sì che questo fiore non sia semplice metafora di un tumore ma si sostituisca completamente alla realtà, creandone un’altra parallela alla nostra. Nel mondo di Chloë e Colin non esiste il cancro ma fiori che crescono dentro per una morte forse più poetica…

Un’altra chiave di lettura essenziale se si vuol capire l’opera dello scrittore francese è l’uso dell’ironia e anche dell’autoironia che con lui diventa una vera e propria « estetica », nel senso che si pone come risoluzione dei drammi esistenziali (persino della morte), della violenza e dell’ingiustizia sociali.

Sono queste specificità nello stile e la modernità degli argomenti trattati che fanno di Boris Vian uno scrittore eccezionale, sempre attuale benché dimenticato, persino in Francia…

Il non-accademico (l’Establisment gli rifiutò qualsiasi premio o riconoscimento ufficiale come il negato Prix de la Pléiade), il controverso, l’irriverente verso le Istituzioni e la società, il pacifista autore della canzone prima censurata Il disertore (1954) in pieno conflitto con l’Indocina, conobbe il successo dopo la sua morte, quando la Francia e l’Europa trovarono in Vian il riscontro e l’ispirazione per accompagnare una vera Rivoluzione culturale e sociale alla fine degli anni 60.

Tuttavia, da qualche decennio a questa parte, l’oblio sembra di nuovo aver « ingoiato » l’autore e la sua densissima e svariata opera. Lo si ricorda ogni tanto solo per La schiuma dei giorni, romanzo adattato al cinema nel 2013.                         .

Relegare in cantina un autore ed artista come Boris Vian è purtroppo segno dei nostri tempi, tornati ad essere conformisti persino retrogradi sotto tanti aspetti. La sua opera è forse troppo poliedrica, forse troppo ricca di contrasti e di controversie per un’epoca in cui vige una forma sempre più diffusa e allarmante di « pensiero unico ». Un universo letterario quello di Vian che pone l’autoderisione al centro della sua poetica : un contrasto davvero con molti autori attuali che si stanno prendono un po’ troppo sul serio… Servirebbe rileggere Vian, davvero.

 

 

Non vorrei crepare (Je voudrais pas crever), poesia di Boris Vian

Non vorrei crepare
Prima di aver conosciuto
I cani neri del Messico
Che dormono senza sognare.
Le scimmie dal culo pelato
Divoratrici di fiori tropicali
I ragni d’argento
Dal nido pieno di bolle
Non vorrei crepare
Senza sapere se la luna
Dietro la faccia di vecchia moneta
Abbia una parte puntuta
Se il sole fa freddo
Se le quattro stagioni
Siano poi veramente quattro
Senza aver tentato
Di sfoggiare un vestito
Lungo i viali alberati
Senza aver contemplato
La bocca delle fogne
Senza aver ficcato il cazzo
In certi angoli bizzarri
Non vorrei crepare
Senza conoscere la lebbra
O le sette malattie
Che si prendono laggiù
Il buono e il cattivo
Non mi tormenterebbero
Se sapessi
Che ci sarà una prima volta
E troverò pure
Tutto ciò che conosco
Tutto ciò che apprezzo
E sono sicuro che mi piace
Il fondo verde del mare
Dove ballano i filamenti delle alghe
Sulla sabbia ondulata
La terra bruciata di giugno
La terra che si screpola
L’odore delle conifere
Ed i baci di colei
Che mi fa stravedere
La bella per essenza
Il mio orsacchiotto, L’Orsola
Non vorrei crepatumato
La sua bocca con la mia bocca
Il suo corpo con le mie mani
Il resto con i miei occhi
Non dico altro bisogna
Restare umili
Non vorrei crepare
Prima che abbiano inventato
Le rose eterne
La giornata di due ore
Il mare in montagna
La montagna al mare
La fine del dolore
I giornali a colori
La felicità dei ragazzi
E tante cose ancora
Che dormono nei crani
Degli ingegneri geniali
Dei giardinieri allegri
Di socievoli socialisti
Di urbani urbanisti
E di pensierosi pensatori
Tante cose da vedere
Da vedere e da sentire
Tanto tempo da aspettare
Da cercare nel nero

E io vedo la fine
Che brulica e che arriva
Con la sua gola schifosa
E che m’apre le braccia
Da rana storpia

Non vorrei crepare
Nossignore nossignora
Prima d’aver assaporato
Il piacere che tormenta
Il gusto più intenso
Non vorrei crepare
Prima di aver gustato
Il sapore della morte

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