ANTONIN ARTAUD… I PAZZI SIETE VOI – Maria Livia Mischitelli

Nato a Marsiglia il 4 settembre 1896 e morto a Ivry-sur-Seine (vicino a Parigi) il 4 marzo 1948, Antonin Arthaud è stato un commediografo, attore, scrittore e regista teatrale francese.

Nel 1925 pubblicò il ricordato L’Ombilic des limbes, Paris, Gallimard-NRF; L’ombelico dei limbi, Brescia, L’Obliquo, traduzione di Massimo Raffael, 1991) che esordisce con queste parole :

« Non concepisco l’opera come staccata dalla vita ».

Nel Teatro balinese (in Opere complete, Paris, Gallimard, 1964, vol. IV, p. 65) scrisse, anticipando addirittura la semiotica : « Dal dedalo di gesti, atteggiamenti, grida lanciate nell’aria, da evoluzioni e giravolte che non lasciano inutilizzata nessuna parte dello spazio scenico si sprigiona il senso di un nuovo linguaggio fisico basato su segni e non più su parole ».

Si ispirò quindi molto al teatro di Bali (scoperto nel 1931 durante l’Esposizione coloniale) per far emergere la propria visione dell’arte teatrale ; visione espressa nel manifesto Il teatro della crudeltà (1932). Desacralizzare il testo diventato secondo lui « prigionia », usando tutte le forme di comunicazione : parola, gesto, movimento e luce per provocare lo sgomento dentro lo spettatore al fine di creare una vera e propria catarsi, ecco riassunto il teatro di Arthaud, il cui genio fu ed ancora troppo discreditato dai suoi noti disturbi psicologici.

Certo, la malattia fece parte della sua vita ed opera fin da bambino quando contrattò una violenta  meningite, affezione che lo portò ad una forma di psicosi per la quale fu « curato » con elettroshok responsabili di ben 51 cadute in coma (dal 1936 al 1945).

Nonostante questi trattamenti, ch’egli stesso definì come barbari, riuscì a scrivere opere fondamentali in cui espresse il proprio pensiero riguardo al teatro e alla società :

– Le Théâtre et son double, Paris, Gallimard, 1938, Il teatro e il suo doppio, tradotto da Giovanni Marchi ed Ettore Capriolo, a cura di Gian Renzo Morteo, prefazione (1966) di Jacques Deridda, nota di Guido Neri, (Torino, Einaudi, 1968 e 2000).

– Van Gogh le suicidé de la société, a cura di Paule Thevenin, Paris, 1947, Van Gogh il suicidato della società, traduzione di Jean-Paul Manganaro  Milano, Adelphi, 1988.

Fortunatamente, dopo questa terribile e lunga esperienza fu accolto nella clinica del Dottor Delmas che acconsentì alla sua libertà di movimenti : poteva recarsi quasi quotidianamente a Parigi e mantenere i contatti con le persone a cui era legato: scrittori, artisti, uomini di teatro.

Per un tempo era stato legato al movimento dei Surrealisti (finché questi non ebbero aderito al Partito comunista) ; periodo durante il quale Artaud aveva scritto sceneggiature per il cinema e poesie in prosa pubblicate su La Révolution surréaliste. Ma nel 1927 aveva quindi lasciato il movimento per il suo « teatro rivoluzionario »(1927).

Elogio della follia

Mentre la nevrosi alla Woody Allen viene guardata con benevolezza e simpatia (benché in realtà i sintomi possano rendere molto difficoltosa l’esistenza di chi ne è affetto), si continua a considerare le malattie mentali quale la psicosi come fattori di esclusione, affezioni da guardare con spavento e atteggiamento guardingo. E se la particolarità e l’originalità dell’opera di un artista come Allen sono proprio legate alla sua nevrosi, di cui ha fatto proprio il tema principale dei suoi film, questo dovrebbe valere anche per il teatro di Artaud che non sarebbe il teatro che conosciamo – con la sua innovativa e la sua libertà di pensiero – senza anche la sua malattia. Disturbi psichici che continuano purtroppo ad essere guardati con eccessiva prudenza come si guarda ad un animale strano.

Ma se si capisce davvero che è proprio il suo « essere diverso » che fece di Artaud l’artista d’avanguardia con un pensiero, una sensibilità e un’opera del tutto unici, forse c’è un poco di speranza… La speranza che c’è sempre da imparare, anche e forse soprattutto dal diverso, e che non c’è più motivo di averne paura…

Leggete Artaud. Apritevi a tutte le diversità.

* Dal pezzo di teatro Chi ha paura di Virginia Woolf?di Edward Albee

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