FEROCE TORTURATORE DI PROFUGHI O BRAVO RAGAZZO? – Marinella Rossi

Nel guardare questo ragazzo somalo di 22 anni, Osman Matammud, prima in gabbia e poi accanto al suo avvocato, nello scambiare con lui qualche breve parola sul cibo abbondante di cui si nutre a San Vittore, ho ritrovato tutte le mie tradizionali perplessità, quando non veri e propri assilli, sulle verità. Processuale e non. Su colpevolezza, prove, indizi, scenari, supposizioni, banalità del male, ferocia, mistificazioni. Osman, con la sua camicia a quadrettoni, la magrezza e lo sguardo persino pulito, è accusato di omicidi, torture a base di sacchetti di plastica incendiati sulla schiena delle vittime, sprangate, corrente elettrica, abusi e stupri di ragazze infibulate, in qualità di giovanissimo kapò in un campo di smistamento profughi (prigionieri) nei pressi di Bani Walid in Libia – rete di trafficanti che nutre come obiettivo il massimo profitto, da estorcere ai familiari di chi tenta la fuga da guerra e povertà e che in Libia trova una barriera quasi insormontabile. Osman è stato riconosciuto in stazione Centrale da alcune di quelle vittime giunte in Italia come tappa per altrove. Ma lui dice che è un profugo come gli altri, che ha fatto lo stesso viaggio su un barcone, e mostra una foto che lo ritrae sorridente con i molti. E che è vittima, semmai, di faide tribali somale (tutte somale le dieci vittime che lo additano). Il processo per la Procura è scontato, un po’ troppo. La Corte d’Assise ha un compito difficile: sfuggire alle terribili suggestioni, e circoscrivere le considerazioni esclusivamente dentro il circolo di indizi e prove che rendano la verità credibile, plausibile, fin quasi vera. Ma io darei il mio regno per la verità senza i quasi, la verità di cosa questa magra faccia pulita abbia saputo e potuto contenere.

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