MI DOMANDO CHE PADRI AVETE AVUTO – Massimo Sannelli

«Ci sono delle persone di così falsa e artificiosa modestia che dicono male continuamente di sé medesime per il solo gusto di sentirsi contraddire» (Aristide Gabelli, Pensieri).

Il libro si intitola Ho scelto di sbagliare, edito da Il Leggio, nella collana diretta da Chiara Daino. Ora tremate. Partiamo da una domanda leggera e vagante: che padri abbiamo avuto, Dio escluso? C’è chi è figlio di nessuno, e magari sta bene. Perché non si sa mai: non si saprà mai chi sia il padre, o non si saprà che cazzo c’entrassimo con quel padre. C’è chi è figlio di Nessuno – un furbo come Odisseo o un uomo di molto onore e pochi mezzi –, e può darsi che ci sia da imparare: almeno una strategia per salvarsi. E poi ci sono i figli di Qualcuno: tra i figli di Qualcuno – Quando si è qualcuno, dramma del buon Pirandello – ci sono i figli di Papà.

Enrico Nascimbeni è un figlio di Papà. Vediamo il Papà. Giulio Nascimbeni era un Grand Commis della letteratura. E che cosa fa un Grand Commis della letteratura?

Prima di tutto, un Grand Commis è un grande diplomatico: è chi si espone ad alto livello, ed è parte del livello, ma non regna e non governa. Per esempio: è chi sostiene Montale, con la parola e con il braccio, ma non è Montale. È il biografo di Montale: per esempio. E non è un parassita, ma il primo sostenitore e il primo a capire. Poi è il confidente, nel senso che è ammesso alla confidenza del re: il Grand Commis è chi fuma una sigaretta con Montale e con Gaspare Barbiellini Amidei quando l’Ambasciata di Svezia telefona al nuovo poeta laureato.

Il Grand Commis si mette a disposizione, a costo di restare un Grande Minore, perché ha deciso di riservarsi un Bene Minore, e volutamente. Nato in alto (lo zio Bruno è stato direttore della “Gazzetta dello Sport”, del “Corriere dello Sport” e di “Tuttosport”), borghese come pochi (al “Corriere della Sera” “…togliersi la giacca era considerato, fino al 1970, un atto rivoluzionario”: Stefano Lorenzetto, “Il Giornale”, 30 gennaio 2008), e attivo, abile, esposto: ma fedele al meglio, e non parassita, perché il parassitismo non appartiene né ai figli dei signori né ai figli di puttana. Il parassitismo esige mediocrità, e qui non ci sono mediocri all’orizzonte.

Enrico Nascimbeni è il figlio di questo Signor Padre, di cui non è il parassita. Prima di tutto perché anche il curriculum di Enrico fa luce, come quello di suo padre. Naturalmente un curriculum glorioso non deve essere mostrato più di tanto. Dal libro si capisce solo qualcosa. Si capisce che: Enrico Nascimbeni è un figlio di Papà, e oggi questo Papà è morto; Papà era colto e gigliato; e il figlio è ruvido e lucido: deve aver sperimentato molte vite in una; e sa scrivere, Dio se sa scrivere, e Daino non dirige a caso. Va bene. Ma si capisce soprattutto questo: che l’autore spera di trovare chi sappia leggerlo. E leggere significa leggere nel senso antico: aprire la boccuccia e la boccaccia, suono per suono. Qui sta il punto: il formalismo dei disperati.

Devo provare a spiegare il formalismo dei disperati. È una storia molto novecentesca, e persino italiana. Sperimentare molte vite significa avere molti fatti in mano, ma i fatti del libro sono pochissimi. A parte i cenni alla malattia di Giulio, resta un piccolo fatto vero su Pasolini e una cravatta, poi qualcosa sull’infanzia. E perché? Perché l’espressione di uno stile è pari alla somma delle esperienze. Ma le esperienze, per chi non le ha vissute, possono essere criticabili. Le esperienze possono essere incredibili e rigettate. Il pubblico è schifosamente libero di dire “per me ti sei inventato tutto te”, come Busi si lascia dire in Un cuore di troppo. Sarà meglio non dire molti fatti, se no chi dubita provoca l’inferno in terra: “Ogni concretezza andata a farsi inculare”, parola di Busi contro Busi.

Non contesterete più la concretezza. La dovrete intuire attraverso una forma, e poi restituire non la concretezza, ma il suo simulacro. Dovrete incarnare e rappresentare la partitura. La partitura è Ho scelto di sbagliare.

Chi sa i fatti, li sa, beato lui; e chi non li sa è libero di continuare a non saperli. Ma chi non sa non è il beato-ignorante. Chi legge è graffiato in un altro modo. In pratica: io non ti chiedo di credermi, anche perché non ti racconto cose da credere, a parte quelle tre o quattro cose che ti concedo. No. Io ti chiedo di diventare me per un po’. Devi capire: se un libro è centinaia di frasi spezzate – con ostentazione – è chiaro che qualcosa non torna.

La forma è tesa e impossibile da leggere solo mentalmente. Ci deve essere qualcosa sotto, e chi lo capisce è bravo.

Chi reciterà la forma sarà più bravo.

E chi reciterà meglio non sarà Enrico, ma una persona interposta tra il mondo e l’autore. Arriverà un attore disperato e incoerente come il Bagatto: diventerà a sua volta un Grand Commis, e si metterà a disposizione del libro. Tutto in cambio di tutto, come è giusto. E l’esecutore sarà convinto, sempre: felice di essere lì con bocca boccaccia e boccuccia, e altre durezze ostentate.

Finalmente il Bene maggiore sarà di Enrico. Deve essere così. Il Bene minore sarà mettersi a disposizione delle fratture scritte, per cantarle. Chi si mette a disposizione? È urgente. Quanto a me, voglio. Quanto a me, non chiedo altro: spaccarsi è credibile.

Massimo Sannelli è un filologo nato il 27 novembre 1973. Si è laureato sotto la guida di Edoardo Sanguineti. È studioso del latino medievale e di altre letterature, editor, autore.

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1 Comment on "MI DOMANDO CHE PADRI AVETE AVUTO – Massimo Sannelli"

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Imma Costanzo
Ospite

Meraviglioso canto sul cantare.
Privo di giudizio sterile.
Prezioso contributo, che arricchisce chi legge.
Grazie.

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