DANZE NEL VILLAGGIO – Alberto Moravia

Martedì 1 aprile 1975 Corriere della Sera

Buna, aprile – Incontriamo il complesso (così si chiamerebbe in Italia) a mezza strada tra Korogo da cui veniamo e Buna dove andiamo. Sono cinque uomini che camminano in fila indiana ai margini della pista portando tra le mani o sulla schiena gli strumenti musicali. Ci fermiamo, li interpelliamo; cortesemente si avvicinano alla macchina e rispondono in buon francese alle nostre domande. Sì, vanno ad un villaggio distante una decina di chilometri. E che ci vanno a fare? Stasera ci sono delle danze. E da dove vengono? Da un altro villaggio lontano di qui circa 8 chilometri.
Dunque oggi alla fine della giornata avranno percorso 18 chilometri? Già, 18 chilometri. Mentre parliamo, li guardo. Hanno la solita aria tranquilla e distesa dei tanti viandanti che percorrono a piedi le immense solitudini africane. Guardo agli strumenti. Sono i soliti tam-tam o tamburi di legno e di cuoio, cilindrici, di varia grandezza, da percuotere con le palme delle mani; in più, hanno il balafon, una specie di xilofono che si suona con i martelletti. Gli diciamo che verremo anche noi per sentirli e vedere le danze, sorridono compiaciuti e ci spiegano che il villaggio sta all’estremità di un sentiero che si addentra, appunto, di dieci chilometri nella boscaglia.
La cosa non ci stupisce, tutta l’Africa è sparsa di questi villaggi del tutto isolati, collegati alla pista principale col cordone ombelicale di lunghissimi sentieri. Intanto, però, siamo agli inizi del pomeriggio, che fare fino a sera? Decidiamo di andare avanti e vedere se ci capita di imbatterci in un altro villaggio nel quale ci sia qualche festa o danza o altro evento sociale dello stesso genere.

Abbiamo fortuna. Dopo circa un’ora di corsa, due giovanotti indolentemente sdraiati su un tronco d’albero ci informano che nel loro villaggio, lì davanti, ci saranno trappoco delle danze funebri in onore del capo, morto alcuni mesi fa. Guardiamo al villaggio, al di là della pista. C’è il solito vasto spiazzo irregolare, polveroso ma pulito; ci sono, tutto intorno, le capanne rotonde dal tetto conico, i granai in forma di enormi uova di Pasqua poggiate sul loro supporto e incappucciate di una piccola cupola a punta. Fa un caldo terribile; moscerini appiccicosi si avventano per i finestrini e vengono a morirci in faccia, veri e propri kamikaze dell’afa.
Nessuno passa per lo spiazzo; nessuno si aggira tra le capanne e i granai; anche la boscaglia che gesticola immobilmente tutt’intorno il villaggio, pare come stregata da una noia indecifrabile. Insistiamo per sapere l’ora della danza e allora, senza fretta, viene fuori la proposta pratica: veramente le danze dovrebbero avvenire a sera; ma se paghiamo tremila franchi, il villaggio le anticiperà. Detto e fatto. I due giovanotti, sempre con la stessa indolenza, ci precedono attraverso lo spiazzo verso una certa capanna dove, a quanto pare, sono custoditi i feticci, gli oggetti del culto e gli strumenti musicali; e lì ci presentano al nuovo capo che, con un largo sorriso e una vigorosa stretta di mano, suggella l’accordo. Allora ci facciamo un po’ da parte e aspettiamo.
Passano alcuni minuti quindi, d’improvviso, sbucano dalla capanna dei feticci due robusti giovanotti seminudi e si mettono ai due lati della porta. Imbracciano ambedue un grande corno di bue che portano alla bocca ricavandone un suono rauco, prolungato e straziante che mi ricorda il leggendario olifante il cui richiamo funebre echeggia per le lasse della canzone di gesta di Orlando a Roncisvalle. A questo suono, un fremito di vita corre finalmente per il villaggio: da ogni capanna, escono in fretta uomini, donne, bambini che vi stavano tappati dentro, in attesa che il caldo diminuisse. Quanta gente può contenere una capanna? Molta, si direbbe, almeno a giudicare dall’inesauribilità di certe porticine dall’architrave basso. Angioli neri di un minimo giudizio universale, i due suonatori di corno continuano a lanciare i loro malinconici richiami, finché una piccola folla, ordinata in una lunga fila come per una processione, non si è formata davanti a loro. Ma nessuno si muove, pur sotto il sole ardente; la processione sembra aspettare qualcuno o qualche cosa, con una pazienza premeditata. Ed ecco infatti, con un salto acrobatico, il feticheur o stregone irrompere nello spiazzo, davanti alla processione. È un piccolo uomo un po’ contraffatto oppure sarà la sua mimica a suggerire quest’impressione. Indossa una tunica a fiorami carica di medaglie, di conchiglie, di amuleti cuciti sulle maniche e sui risvolti; ha in testa un berrettino inclinato sugli occhi, i pantaloni larghi gli giungono a mezzo stinco, come quelli dei clown dei circhi; agita una specie di scettro o scacciamosche di peli di bufalo. Dietro di lui che continua a spiccare salti, la processione si stringe, si muove lentamente. Per primi vengono i suonatori coi loro tamburi nonché i due giovanotti coi corni di bue; poi seguono, in ordine, le donne, gli uomini, i ragazzi e le ragazze, i bambini. La processione attraversa lo spiazzo, va a fermarsi all’altra estremità del villaggio e qui fa cerchio intorno lo stregone.

Col suo berretto, la sua casacca carica di amuleti, il suo scettro, lo stregone richiama alla memoria Rigoletto, nella scena che lo vede alle prese coi cortigiani del duca di Mantova. Ma la sua pantomima non esprime la disperazione di un buffone dal cuore spezzato; bensì pare alludere alla invisibile quanto gremita presenza degli spiriti che, in altri tempi, in Europa, faceva dire a un teologo che l’aria è tutta una gelatina di demoni. Agile, scattante, infaticabile nonostante il caldo atroce, lo stregone fa dei gran salti per aria come una gazzella, striscia al suolo come un serpente, si accovaccia come una gallina, si mette a quattro zampe come uno sciacallo. Intanto bofonchia parole incomprensibili, in un cupo, assorto soliloquio: qualche cosa pare che lo tormenti, lo perseguiti, non gli dia requie. E infatti eccolo guardarsi intorno atterrito, rivolgere gli occhi al cielo con apprensione, farsi schermo del braccio, fuggire improvvisamente con due o tre capriole quindi tornare indietro lento e guardingo, come temendo un agguato. Alla fine i suonatori, zelanti e indifferenti, stringono il ritmo della melopea e allora, tutto ad un tratto, le donne si precipitano sullo stregone come se volessero sbranarlo. Ma non lo sbranano; lo prendono in mezzo strettamente e, con frenetico impegno, danzano con lui e intorno a lui. Intanto il caldo continua; la insofferenza fa persino pensare che stia aumentando; la vita non è che afa e riesce insopportabile. A tal punto che i suoni rauchi dei corni e i tonfi cupi dei tamburi sembrano voler dire che i morti stanno molto meglio dei vivi i quali faticano nei campi, pagano le tasse, si ammalano, soffrono, subiscono le conseguenze della siccità e delle piogge; mentre i morti, invece, liberi, spensierati e senza affanni, si aggirano nel grande spazio stravagante della boscaglia, senza più nulla da fare se non proteggere con le loro invisibili e benevole presenze i poveri vivi.

Finite le danze funebri, riprendiamo la strada. Le danze funebri si prolungano fino quasi all’imbrunire; quando giungiamo al secondo villaggio dove ci hanno preceduti i suonatori di balafon, è ormai notte. Ma bisogna intendersi sulla parola notte. Non c’è luna, non ci sono stelle; la notte è così nera che perfino i fari abbaglianti sembrano incapaci di sfondare le masse di tenebre che si accalcano d’ogni parte intorno a noi. È un buio assoluto; il buio della boscaglia africana; quel buio totale cui pare alludere, in maniera paradossale, il detto latino sulla foresta: “lucus a non lucendo”. Ad un tratto ci fermiamo perché il sentiero è sbarrato da un tronco d’albero; scendiamo, andiamo avanti a piedi, pur sempre nel buio più completo, dirigendo qua e là a caso il raggio ristretto di una lampada tascabile.
Con sorpresa, scopriamo allora che siamo nel bel mezzo del villaggio; e che tutt’intorno a noi, gruppi immobili e statuari di persone sedute su sgabelli e panche, davanti alle porte delle capanne, ci stanno guardando e forse, chissà, anche osservando, nonostante il buio che impedisce di vedere nulla.
Pur sempre al buio, siamo presentati al capo e stringiamo varie mani callose, senza vedere chi ce le tende. Passano alcuni minuti; poi, in un angolo di quelle tenebre, ecco divampa un fuoco violento e scoppiettante di sterpi e di foglie secche; e così ci accorgiamo che l’intero villaggio è già disposto in cerchio intorno al fuoco, è già pronto alla danza. Controluce alle rosse fiamme lingueggianti, si vedono le ombre nere e smilze degli uomini, quelle più massicce delle donne, quelle dei ragazzi e dei bambini. Ci avviciniamo.
I tamburi e il balafon stanno provando i loro suoni; casualmente abbasso gli occhi: i piedi dei bambini vicino a me, a questi arpeggi, già si muovono accennando dei passi di danza, con un automatismo atavico che richiama alla memoria gli esperimenti di Pavlov sui cani.
La musica attacca d’improvviso un ritmo franto e incalzante; subito, ubbidiente, docile, compreso, l’intero villaggio inizia il suo girotondo intorno al fuoco. Osservo i danzatori. Il passo è molto semplice: il danzatore muove tre o quattro passi di lato, avanzando; poi si ferma d’improvviso e, da fermo, per qualche istante, scuote con violenza i fianchi le spalle e le braccia; infine cessa di scuotersi e riprende ad avanzare con quei leggeri passi laterali.
Mi viene fatto di pensare alle balere d’Europa; e mi domando in che cosa differiscono da questo spiazzo africano. Alla fine, mi dico che la differenza principale è che nelle balere d’Europa non danzano che i giovani, cioè la coppia; mentre qui danza il villaggio intero cioè non soltanto le donne e gli uomini giovani ma anche i bambini, le vecchie e i vecchi, quanto a dire tutta la comunità senza eccezione. Ne segue un diverso significato della danza che in Europa allude al rapporto tra i sessi e qui invece acquista un senso religioso e comunitario.

Sono cose che sono state già dette e ridette; ma un conto è leggerle in un libro e un altro assistervi.
Improvvisamente, come era cominciata, la musica si interrompe; la danza cessa; il capo viene a chiederci se vogliamo che continuino. Vedo che ansima, ha l’aria spossata, esausta, il sudore gli ruscella sul viso e sul petto; invece, mentre danzava, si sarebbe detto che lo faceva senza sforzo, come in un mondo diverso dal mio, nel quale non esistevano la fatica e il peso corporali.
E così si conferma l’idea della danza non come esercizio e svago ma come rapporto col mondo. In realtà, tutti i popoli hanno auto il loro modo di entrare nella storia, chi salmodiando preghiere, chi recitando versi, chi agitando armi. Gli africani, loro, hanno fatto il loro ingresso danzando. Questo spiega in parte perché danzano ancora oggi, e, forse, danzeranno sempre.

Nella foto di copertina Pier Paolo Pasolini, Alberto Moravia e Maria Calla

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