IL SICILIANO NON HA FUTURO – Andrea Magno

Una strana coincidenza si potrebbe pensare, in realtà è ben di più.

Una triste realtà che si ripete da secoli in quella terra di conquista che si chiama Sicilia, centro del Mediterraneo di facile accesso, bruciata e sottomessa, sottomessa e bruciata, in un ciclico ripetersi che mai finisce. Cominciarono i greci e poi tutti a seguire, ricordiamo un “eroe” chiamato Garibaldi che di fuoco e fiamme ne fece per misera paga, depredando un popolo della libertà e non solo.

Non dimentichiamo cosa nostra, che proprio oggi, qualche anno fa, ha compiuto uno dei suoi atti più efferati, e lo stato che a volte c’è, ma spesso latita, un gioco a rimpiattino dal quale nessuno ha voglia di sottrarsi.

La Sicilia di insulti e violenze ne ha preso a più non posso, ma il siciliano si abbassa, prende fiato, si rialza. “Unni passa meti, unni nun arrivi, pista!”

Ecco è tutto questo che ha fatto sparire dalla “Lingua Siciliana” la coniugazione del verbo futuro, il siciliano traspone tutto al presente, se gli chiedete: quando lo farai? Lui risponde: “dumani u fazzu” (domani lo faccio) e non domani lo farò. Una mettersi in salvo da eventi nefasti che potrebbero accadere. In fondo è solo un modo di dire, ma che la dice lunga su quanto il siciliano sia capace di sopportare (la Sicilia ne ha sopportate e ne sopporta tante).

Potrebbe anche essere la spiegazione del perché non sia diventata la lingua nazionale.

Ma è una terra in cui molti lavorano sodo e molti sono morti per essa, a dispetto di una lingua senza futuro.

In copertina: Leonardo Sciascia e Paolo Borsellino

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