“LA DROGA SONO IO”: SALVADOR DALÍ ED ALICE COOPER – Chiara Daino

Il punto d’incontro è geometria o geografia? L’incontro è psicologia o grammatica? Coincidenza o volontà? Atletica o accoglienza? Alcuni incontri, al di là di ogni domanda, incisero la storia. E quello tra Dalí e Cooper è uno di questi. E così [ne] scrive Francesco Adinolfi [Il Manifesto; 19/9, 2013]: quarant’anni fa, tra la fine di marzo e l’inizio di aprile 1973 un evento (quasi) epocale ebbe luogo: l’incontro a New York tra Salvador Dalí e il rocker Alice Cooper. Entrambi surreali e surrealisti il giusto, entrambi affascinati dai rispettivi personaggi e dalla rispettiva arte. E soprattutto legati dal concetto di «confusione», per tutti e due «la forma perfetta di comunicazione». In quei giorni Dalí darà vita al suo esperimento più rock, un ologramma definito il primo «Ritratto cilindrico cromo-olografico del cervello di Alice Cooper». Un’opera d’arte inscritta negli annali del rock ma poco nota. Nonostante la presenza permanente dell’originale nel museo Dalí di Figueres (Spagna), città natale dell’artista e di una copia in quello di St.Petersburgh in Florida. Il cilindro rotante è una follia: all’interno Cooper è accovacciato, gambe incrociate, ricoperto di gioielli e in mano – a mo’ di microfono – una statuina della Venere di Milo. Dietro la testa la cervello-scultura (in gesso) con tanto di bignè al cioccolato e sopra formiche dipinte che formavano la scritta «Dalí and Alice». Tutto tridimensionale secondo le regole della olografia di cui al tempo Dalí si era invaghito. Negli anni Settanta il maestro guardava oltre la pittura, e non a caso fu il primo a interagire con gli ologrammi che gli consentivano di stare dinanzi e alle spalle del soggetto con cui si stava cimentando.

In collaborazione con Selwyn Lissack, specializzato in olografia, e con il fotografo Russell Beal, diede vita all’ologramma di Cooper. Con il rocker che dava l’impressione di cantare o di mordere la Venere. Una splendida follia. Alice indossava una tiara di veri diamanti sulla testa e una collana. I due si erano incontrati per la prima volta a febbraio al St. Regis Hotel di New York. Dalí era con la moglie Gala, vestita in smoking: quasi un clone di Fred Astaire; lui indossava pantaloni di velluto viola e calzetti glitter che gli aveva donato Elvis. Si era presentato esclamando: «Io sono il grande e grandioso Dalí». «Salve, io sono Alice Cooper», rispose il rocker.

Furono serviti cocktail Scorpion per tutti (per la cronaca: brandy, rum bianco, rum scuro, amaretto, succo d’arancia, angostura); i drink venivano serviti in grosse tazze con dentro petali di giglio. Dalí aveva ordinato un bicchiere d’acqua bollente in cui aveva versato miele da un vasetto che teneva in tasca. A un certo punto estrasse dall’altra tasca un paio di forbici e tagliò il filo di miele che continuava a scendere. A cena non fu facile capirsi. Nei reportage delle riviste del tempo – Rolling Stone su tutte (che nel numero del 10 maggio raccontò l’evento della presentazione dell’opera) – Alice Cooper aveva rivelato che Dalí parlava contemporaneamente in cinque lingue («spagnolo, francese, portoghese, inglese e una come veniva») e che non era facile stargli dietro. «Io chiedevo una cosa, e lui mi rispondeva pensando a tutt’altro. Mi disse, “Questa è la versione di Dalí del cervello di Alice Cooper”, risposi, “Non avrei mai pensato di ricevere una cosa del genere”». L’unica certezza è che il maestro aveva voluto ritrarre il rocker perché lo considerava la persona più confusionaria che avesse mai incontrato. Ricordava Cooper: «Solo la confusione ci lega. Altro non c’è. Nemmeno so se ha mai sentito la mia musica, ma questo è quello che mi piace di Dalí: niente ha una logica con lui». A Dalí piaceva di sicuro il caos circense che il rocker sapeva inscenare, tutto quel sangue, i trucchi, il serpente, la ghigliottina, gli abiti di scena. Dal canto suo Alice Cooper era un grande estimatore di Dalí al punto che per la copertina di «Pretties for You», il suo debutto a 33 giri, aveva scelto il «Bambino geopolitico che guarda la nascita dell’uomo nuovo», dipinto dell’artista del 1943. Ricordava inoltre nelle interviste che «quattro componenti della mia band avevano studiato storia dell’arte, noi adoravamo Dalí, ci consideravamo dei surrealisti».

Sedotta e invidiosa, nel mio misero mio, celebrai incontro tra Titani [l’album DaDa di Alice Cooper del 1983 vanta copertina che riproduce una tela di Dalí e la stessa DaDa, la canzone che dà il nome all’album, richiama il movimento Dadaista]:

Cooper tuo! L’Alice mise in vista
quella mia pinta in sua incisione
di DaDa, detto Disco Dadaista.

[«La droga sono io» e Tu? «You’re Poison…
Runnin through my veins»]

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