SBARCO SULLA LUNA… L’INCANTO SI SPEZZO’ SOTTO I PIEDI DELL’UOMO – Giulio Nascimbeni

Corriere della Sera” del 18 luglio 1989 ( dal volume “Un secolo in prima pagina” – Lo sbarco sulla luna – Quello che hanno scritto le grandi firme)

 Dopo aver proclamato la necessità di uccidere il chiaro di luna, anche Filippo Tommaso Marinetti si lasciò tentare da qualche metafora sul nostro satellite. Lo fece in chiave futurista, ovviamente, e chiamò la luna <carlinga di madreperla>, con un’immagine che univa la tecnica e la natura, l’idea del volo umano e l’iridescenza delle conchiglie in fondo al mare. Ho scelto un esempio fra i cento e i cento possibili, offerti dalla letteratura italiana del Novecento: un esempio al quale sembra lecito aggiungere, tanto per fare qualche altra citazione, la <faccia canonicale> di D’Annunzio o la < piuma del cielo > di Ungaretti.
Vent’anni fa, si disse che tutto questo repertorio era destinato a cadere e che nessuno dei vecchi aggettivi sarebbe stato in grado di resistere alle fotografie e alle riprese televisive. Insomma la Luna non corrispondeva ai balletti decadenti o sentimentali delle poesie e delle canzoni, ed era stato un errore definirla pallida, penosa, tatuata, furtiva, perlacea, diafana, argentata, vereconda, celeste…
Così pareva lecito supporre, in attesa che Neil Armstrong posasse i piedi sulla polvere di quel butterato deserto. La realtà ha dimostrato il contrario. Proprio nello sgomento inquietante e bellissimo dell’impresa, nell’ipotesi di una storia ormai chiusa, c’era la radice per andar oltre: una specie di rinvio, di esaltante spiraglio. Fotografata, esplorata, analizzata, resa quasi domestica attraverso il <video>, la Luna divenne un nuovo confine tracciato dagli uomini, ma con le stesse regole di tutti i confini: che sono fatti, come sappiamo, per consentire una sosta prima di andare oltre. No, i piedi che vedemmo giganteggiare in primo piano, le grandi orme arabescate che sembravano appartenere ad un misterioso animale, non schiacciarono la fantasia.
L’incantesimo rimase inalterato come poi dimostrarono altre poesie ed altre canzoni. Anzi era un incantesimo ancora più forte perché scavalcava l’evidenza e la conoscenza scientifica. Oggi nessuno oserebbe alzare lamenti per la solitaria esploratrice perduta, che continua imperterrita nel suo ruolo di lume o lampada, di mediatrice degli umori (i lunatici esistono, eccome!), di bersaglio dei sogni più irrealizzabili (volere la Luna!), di arcana signora che presiede alle semine, alle coltivazioni e ai vini.
Armstrong, Aldrin e Collins non hanno compiuto danni irreparabili. Mari, laghi e fiumi sono sempre pronti a fare da specchio. E se mi accade di rileggere quel sofista spirito bizzarro che fu Luciano di Samosata, ancora mi conquista il fascino inestinguibile delle ipotesi. Che, lassù, gli improbabili seleniti spremano l’aria per bere e si tolgano ogni tanto gli occhi per farli riposare. O che, nel profondo di un pozzo, ascoltino tutte le parole che noi diciamo qui, sulla lontana Terra.

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