QUANDO A BERLINO ARRIVARONO I RUSSI – Ansa

    Ecco un grande, rivelatorio romanzo storico etno-sociologico assai più che ideologico, che ci porta nel clima angoscioso e terribile degli ultimi giorni della Berlino del Terzo Reich a partire dall’aprile 1945 con i russi alle porte, umanissimo da una parte e didascalico-documentario dall’altra. La sua intrinseca forza, che riesce a fondere tutto questo, sta nell’essere stato scritto nell’immediato dopoguerra e pubblicato in Germania a puntate su un giornale sin dal 1946 e in libro nel 1947 da un giornalista e scrittore tedesco, Heinz Rein, pseudonimo di Reinhardt Andermann (1906-1991), e poi dimenticato sino a una riproposta nel 1980 e infine riscoperto nel 2017, in occasione dei 70 anni della caduta di Berlino.
Berlino è una dei protagonisti del libro, con tanto di nomi di strade e luoghi ridotti però a trincee di macerie, paesaggio desolato di distruzione in cui si riflette la situazione del paese. In questo paesaggio c’è, da una parte, la storia umana, sentimentale e ideologica del musicista Lassehn, un soldato disertore, fuggito dal fronte, dall’orrore di una guerra di cui intuisce l’inutilità e che si ritrova in continuo pericolo per la ferocia e fanatismo dei nazisti in una città fantasma, dove vorrebbe anche ritrovare la donna che ha incontrato durante una licenza di otto giorni anni prima e sposato, ma di cui non ricorda nemmeno più i lineamenti del volto. Entra così per caso, al calar della sera, per rifugiarsi e bere, nella birreria di un certo Klose, attorno al quale scopriremo che opera una cellula di oppositori al regime, partigiani e sabotatori, di cui sono membri principali un certo Wiegand, ex sindacalista antinazista sin dall’inizio e che vive in clandestinità da anni, sotto falso nome e lavorando nelle ferrovie, e il dottor Bottcher, guardato con sospetto dalle autorità, ma che continua a esercitare e quindi ha una certa libertà di movimenti e possibilità di incontri camuffati da visite.
Saranno loro, pian piano, trovando terreno fertile in Lassehn, a dare alla sua rivolta una motivazione meno vaga e ideologicamente strutturata che riesca a far da molla per agire, nonostante la situazione sempre più estrema e anche pericolosa per i colpi di coda feroci della milizia, della gioventù hitleriana, della Gestapo ma anche di semplici e fanatici cittadini per i quali il nazismo coincide con la Germania, e la fine dell’uno sarebbe la fine dell’altra. Accanto alle avventure vere e proprie, che spesso diventano avvincenti, di questi e altri personaggi e di Lassehn, continuamente braccati, scoperti eppure capaci di riuscire a fuggire, magari uccidendo a sangue freddo qualche SS, c’è quindi il racconto di come gli uomini e le donne siano stati trasformati dal nazismo e abbiano perso ogni capacità critica e di analisi della realtà, tanto che, con gli aerei alleati che bombardano tutte le notti e i russi che stanno passando l’Oder, ancora sperano nell’arma finale e nella resistenza cui li incita Goebbels con i suoi proclami e articoli deliranti, spesso riportati integralmente in queste pagine che appunto cercano di documentare. Ma lo fanno anche in modo più creativo e assieme analitico: ecco la storia di un personaggio, Otto Hille, che diventa la ‘Biografia di un nazista’, ecco il dialogo tra cieche illusioni e visione critica di Lassehn con un suo vecchio compagno di scuola, Tolksdorff, incontrato per strada, e così via con tante parti esplicative della nascita del nazismo, del suo potere e assolutismo, della sua ferocia che oggi possono parere anche troppo articolate (e magari qualche cosa la si salta facilmente), ma che vanno lette come didattiche e necessarie per il lettore tedesco appena uscito da un incubo nel 1946 e che non conosce nulla, tranne quello che gli ha passato la propaganda per anni. Un libro quindi illuminante anche per il lettore di oggi, per capire cosa sia stato quel periodo, per dargli una dimensione umana prima che storico-ideologica.  (ANSA).

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