QUANDO IL MAKE UP DIVENTA ARTE ANCHE NELLA MALATTIA – Chiara Daino

«Quello è il suo trucco. È questa la sua esibizione.
Ecco perché nessuno capisce il suo metodo.
Totale devozione alla sua arte.

Assoluta abnegazione.
Sai una cosa?
È l’unico modo per fuggire da tutto questo, capisci?»
[The Prestige]

I trucchi del mestiere. Credo essere unica a NON volere sapere segreti – schivando scienza e conoscenza. Lasciatemi la mia magia bambina e gli occhi grandi e lo stupore. Lo stesso che mi abita quando Marzia Pistacchio opera [make-up artist, docente e direttore artistico, scrittrice; Marzia Pistacchio ha fondato con il fotografo Marco Toschi il PISTACCHIO IMAGO LAB; lavora al progetto Con il trucco sorridi presso il reparto di oncologia di Savona. E non capita spesso dialogare con l’alchimista che amalgama: ἀγάπη].

A: «Nei ritratti che immortali; a prescindere dall’Arte scelta [parola o palco; pellicola o pixel; pelle o prole] quale magia vuoi infuturare?»

La magia del contatto. Pensiamo per un momento al make up. Non c’è nulla di più intimo e estremo e coraggioso di trovarsi viso a viso, occhi dentro gli occhi, con una persona fino ad allora sconosciuta. Toccarne le ossa, scoprirne gli avvallamenti e le asperità, guardarne da vicino le cellule. Nel possedere tra le dita la Bellezza di una persona che ti affida le proprie debolezze con fiducia, sta la magia. Tutto il resto poi è semplice applicazione di colore. E così è per la fotografia, e così per le parole.


G: «Perché tentano definirTi; incasellarTi; EtichettarTi? Da quando il mondo perse Sinestesia e Multiverso?»

Da sempre cerco di lavarmi via dalla fronte un marchio, forse immaginario, scritto con l’inchiostro simpatico. È un marchio che, sebbene invisibile, scarnifica, brucia, ribolle. È una di quelle definizioni che ti appioppano da piccina e che ti tieni a friggere in silenzio sottopelle. Da allora ho imparato a sguazzare nelle categorie e poi a saltare da una all’altra all’improvviso, non prima di aver rimestato nel torbido e creato scompiglio. Le persone, però, sentono il bisogno di chiedermi: «Cosa esser tu?», è allora che il marchio frigge e chiede di essere visto e rivendicato. Ma io non lo ascolto e rispondo come il Brucaliffo: «Un’incognita».


A: «Vanti l’entusiasmo di una ribelle vera e la malinconia di un poeta puro. Quale coniglio/consiglio estrai dal cilindro per [e vai avanti tu che mi vien da ridere] i colleghi – che non hai?»

La tecnica da sola non basta. Così come non basta solo il cuore, o l’afflato o l’entusiasmo. L’universo è zeppo di esecutori dalla mano precisa e tecnicamente perfetti. Ma è la cultura del proprio ambito che tiene in piedi l’artista, che forma uno scheletro potente che possa guidare la mano nella tecnica e proteggere il cuore dalle aggressioni esterne. Senza studio, senza progetto, siamo solo tecnicissime lumache molli.


P: «la galleria umana che descrivi, dipingi, decori – è sempre capolavoro di bellezza. Mai cadi [e scadi] nel grottesco, anche quando *poetizzi* il bestiario. È alzata: potrà questa bellezza rovesciare il mondo?»

L’atto creativo della Bellezza, il tentativo di farne parte o anche solo di guardarla da lontano, o di renderla immortale, può rovesciare il mondo e convincerlo a girare nel verso giusto. La mia folle convinzione è quella di voler credere ancora che nell’uomo sia conservato un tesoro inestimabile di Bellezza e speranza.


E: il prurito è parte prima del pubblico. Tu e Marco Toschi non Vi considerate i nostri Amanda Palmer e Neil Gaiman? Quanto è determinante essere compresi e non fraintesi?

Io e Marco in questo siamo molto diversi. Marco è un artista più generoso e umile. Crea per il proprio piacere e poi lancia le sue opere al mondo senza nessuna pretesa di riscontro. Io sono vanesia, bramo l’applauso, l’approvazione, il riconoscimento, pretendo la comprensione, a volte la forzo, per questa mia tendenza a voler obbligatoriamente educare il prossimo. Marco mi placa, mi prepara un caffè e mi spinge a impegnarmi nel sogno successivo.

Ecco, tornando al tuo paragone, possiamo dire che Marco Toschi ed io siamo forse più simili a Kermit la Rana e Miss Piggy, con un’unica, fondamentale differenza: noi due non ci lasceremo mai.

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