HOLLYWOOD BABILONIA

Con un obiettivo che Kenneth Anger svelerà solo nel capitolo finale – dove passeremo dall’epicureo «Hollywood Babilonia» al nefasto «Hollywood Armageddon» – lo scrittore e cineasta, amico di Aleister Crowley, ci riporta nella «città degli orpelli» per continuare a raccontare vizi, debolezze e paure delle divinità di celluloide e le azioni compiute dalla scellerata fauna di arrivisti, estorsori e assassini che nel tempo hanno provato a mettere le mani sul business dello spettacolo cinematografico.
Il primo volume si era concluso su uno sciorinare di morti al gusto di Seconal per cui non sorprende ritrovare Anger, nel primo capitolo di Hollywood Babilonia II, in giro per cimiteri a godere del silenzio che accoglie le spoglie degli eroi della sua fanciullezza: i divi del cinema degli anni Venti, tra cui l’amato Rodolfo Valentino. All’ombra dei cipressi, Kenneth Anger, ci annuncia cosa ci aspetta durante questa nuova capatina tutta in notturna, fra i viali illuminati e le lussuose abitazioni celanti i più sordidi segreti di Hollywood. Con lo stile che lo contraddistingue e l’affilatissimo humour nero (come una notte senza luna) ci porta nelle aule di tribunale, dove si consuma la passione adultera fra Paul Kelly e Dorothy Mackaye, finiti in prigione per la morte del di lei marito: il povero Ray Raymond, dove il greco Pantages si protegge da un agguato tesogli per carpire il suo giro di distribuzione cinematografica, il più grande e luccicoso d’America (i suoi cinema erano noti per essere assai sfarzosi e decorati in maniera originale).
Nei capitoli successivi lasciamo i tribunali e le beghine con la fascetta nera del lutto per raggiungere le sfere del potere (e qui già avvertiamo lo scalpiccio dei cavalli di celluloide di «Hollywood Armageddon») per assistere all’arrembaggio del business dei lustrini da parte di Joseph P. Kennedy, il banchiere parvenu che costruì la sua fortuna sull’unica vera strega che abbia mai sorvolato Hollywood: Gloria Swanson. Ampio spazio è dedicato all’oscura e pericolosa vicenda che vide la mafia (compreso il boss Lucky Luciano) cercare di mettere le mani sul giro di denaro hollywoodiano attraverso l’orribile Willie Bioff che, impadronitosi del sindacato IATSE (International Alliance of Theatrical Stage Employees), estorse denaro a produttori e distributori minacciando scioperi totalizzanti e invalidanti per l’industria del cinema. Solo il coraggio dell’anziano redattore del «Daily Variety» Arthur Ungar e dell’attore Robert Montgomery riuscì a smascherare e far condannare Willie Bioff.
Particolare menzione meritano i capitoli dedicati al visionario coreografo e regista Busby Berkeley (uno dei principali vati del camp) e del suo crollo nervoso dopo la morte della madre (Berkeley uccise in un incidente stradale tre persone e si squarciò polsi e collo in un tentativo di suicidio), al divo con le piattole James Dean, il cui carisma rimane inarrivabile nonostante la disfunzionalità del carattere, e al regista sadico e scopofilo Alfred Hitchcock che costringeva le sue muse – Grace Kelly e Tippi Hedren – a lunghe sedute di tormenti cinematografici. Citiamo come esempio le cinghie invisibili che legavano quest’ultima mentre stormi di uccelli la beccavano ovunque (compresa una pericolosissima ferita alla palpebra inferiore) durante le riprese de Gli uccelli.

Il viaggio continua con uno sguardo sull’attacco omofobo e razzista subito dall’ex attore e leggendario decoratore d’interni Bill Haines da parte del Ku Klux Klan locale, una capatina alle orgiastiche cene (eleganti) che l’attore Lionel Atwill teneva nel suo maniero, e agli appetiti pedofili del tennista e attore William Tatem Tilden III. Non mancheranno cenni al ritrovamento del corpo disarticolato della Dalia Nera, e a come l’industria del cinema abbia fagocitato e risputato piccole canaglie (e vere miniere d’oro) quali il divo Disney Bobby Driscoll.
È un Kenneth Anger più libero e creativo quello di Hollywood Babilonia II, che a distanza di dieci anni dal primo, straordinario, volume decide di intercalare le narrazioni in prosa con veri e propri capitoli fotografici, assai surreali e venati da quell’humour nero che egli all’inizio ha raccomandato al lettore di portare con sé. Ecco quindi i portfolio dedicati a Joan «mammina cara» Crawford, alle «strane coppie» come Tallulah Bankhead e la black mama Hattie McDaniel, gli adorabili Cary Grant e Randy Scott, Clara Bow e Bela Lugosi, e ancora l’impietoso «Babilonia in bottiglia» e l’ultimo pruriginoso «Indiscreto», in cui lasciamo al lettore il piacere di scoprire il senso dell’espressione «aria naturalmente condizionata»…
Ci lasciano sgomenti le più di sessanta pagine dedicate ai suicidi nella città dei lustrini: dive, starlette, divi in pectore mai arrivati alla ribalta, costumiste innamorate d’icone inarrivabili, produttori, comparse, cascatori… un rosario di suicidi raccolti secondo la modalità scelta. Un monito? Non da parte di Kenneth Anger che dichiara più di una volta di essere interessato solo all’accuratezza delle notizie riportate, tutte dolorosamente verificabili attraverso documentazione.
È nell’ultimo capitolo che tremiamo davvero, nella narrazione apocalittica (intercalata dalle impietose dichiarazioni di amici e colleghi che l’hanno conosciuto durante la sua miserrima carriera) dell’ascesa politica dell’attore Ronald Reagan, di come da democratico sia diventato – a causa della cattiva influenza di Nancy, dicheno – «il presidente più a destra di McKinley», razzista, omofobo e ottuso come mai nessun presidente si era mai dimostrato. È questa la «Hollywood Armageddon» annunciata da Anger, la società dello spettacolo che raggiunge le sfere più alte e attraverso lo strumento televisivo (ripugnato in gioventù dal «piccolo Ronnie», come lo definì Bette Davis) propaganda scelleratezza e pericolosa vacuità.

Recensione a cura di Salvatore Piombino tratta dal Sole24Ore

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