L’IDEOLOGIA DEL LAVORO. I SUOI OBBLIGHI, LE SUE CONSEGUENZE – Roberto Tumminelli

Alcune riflessioni che, secondo me, possono aiutare a capire la “filosofia” del capitalismo e imperialismo. Cioé, la loro più intima essenza e il processo di distruzione fisica e mentale che ottengono. Distruzione che non risparmia per nulla i colpevoli primi dell’esistenza di questo “sistema”, solo che essi traggono piacere da questa totale distruzione.

Coloro che sono al massimo livello sociale hanno l’obbligo di possedere automobili costosissime (Ferrari, McLaren, Mercedes, Rolls Royce ecc) e del tutto inutili, enormi e costosissimi motoscafi (d’altura è l’insensato nome che li individua), devono trascorrere tutti insieme le vacanze (Sardegna, Bahamas ecc). Ma in posti predeterminati, dove possano essere “visti”, fotografati, filmati, altrimenti temono di non esistere e di non averle fatte, le vacanze. Il VIP ha perso la coscienza di esistere. Costretto continuamente al confronto con un capitale tanto più grande e duraturo di lui, è scomparso e ha l’impressione (e la conferma) di esistere, di essere al mondo, solo se viene percepito da meccanismi di ripresa e poi stampato sui giornali.

Non è finita. Le sue macchine possono raggiungere velocità stratosferiche, ma le strade e autostrade hanno limiti di velocità bassissimi e una densità di traffico da impedire qualsiasi evoluzione straordinaria. Dunque l’acquisto di queste vetture, a cui nessun altolocato si può sottrarre, serve solo a soddisfare il prestigio sociale, insieme alla proliferazione di abitazioni personali (quindi non come investimento, ma come spesa ludica) che non potrà frequentare né abitare non avendo il dono dell’ubiquità. Dimore sontuose che necessiterebbero di molte esistenze per essere fruite. E il suo motoscafo è sempre posteggiato in qualche porto, perché indaffarato come è, lo può utilizzare quindici giorni all’anno. Deve possedere elettrodomestici che per essere funzionanti richiederebbero studi approfonditi di elettronica che il nostro super ricco non potrà mai seguire a causa della sua desuetudine allo studio e a attività proprie dell’uomo. Come, per esempio, la lettura.

Infatti, l’altolocato non ha alcuna propensione per quelle che sono le attività “proprie” dell’uomo, come direbbe Aristotele. L’Altolocato non legge, non studia, va poco al cinema, mangia troppo o troppo poco, non ama, non soffre se non per sciocchezze, è ipocondriaco, fa poco l’amore e con l’ausilio di eccitanti o di protesi. A volte fa sport, frequenta la sua palestra e il suo personal trainer, il suo dottore e il suo cuoco, diviene magari muscoloso (se ha consuetudine con la fatica, più spesso con il nandrolone), ma non è in grado di crescere sul piano morale e delle responsabilità. Resta un adolescente inquieto anche a quaranta, cinquanta, sessant’anni, un eterno ragazzo irresponsabile.

L’ideale di vita che viene presentato a cascatella a partire dai VIP, quindi con ricchezza decrescente di divertimenti per tutte le classi, è una specie di giardino incantato dove tutti aspirano alla regressione all’infanzia e giocano, con auto di lusso, pupe bellissime e facilissime (questo per pochi), corse a velocità altissima su piste private o all’alba in superstrada, champagne a fiumi, coca per tutti, sesso sfrenato, un eterno luna park senza tempo e senza limiti, dove ognuno, sempiterno Peter Pan può godere senza responsabilità, in un eterno sottosviluppo mentale. Per poco, perché il fisico degenera e diviene polvere! E via digradando e degradando (non verso il lago, con buona pace della Rosetta Giannetta Alberoni!), con sempre minori mezzi, dal modello augusto e ideale frequentabile solo dagli upper upper (come diceva il buon Vetter) giù fino ai limiti della middle class e oltre….

Ma questa ideologia da Peter Pan ritardato (che già lui di suo non era geniale), che non a caso si ispira nel nome a un dio minore, vacuo e non risolto, è l’ideologia dell’eterna giovinezza, bellezza e irresponsabilità, una fede nell’apparire, nell’avere a disposizione, nel godimento eterno. Quella che anche Maometto propone quale premio per gli uomini probi nel paradiso delle urì. Nulla a che vedere con il paradiso dei Pellerossa, dove Manitou garantisce agli “uomini veri”, cioè ai Pellerossa, le stesse attività che ne hanno caratterizzato la vita, la caccia al bufalo, il tepee, le donne. E’ evidente che il Pellerossa aveva una vita autentica, nella quale si riconosceva, che realizzava la sua anima e la sua personalità, in una parola, una vita adeguata. E il suo mondo ideale dopo morto rispecchia questa autenticità. Quello del Pellerossa è il mondo semi-naturale di cui parla Rousseau nel Discorso circa l’origine della disuguaglianza fra gli uomini, in quella fase di passaggio dalla pesca e caccia all’agricoltura, quando si formano i primi sentimenti ma non esiste la proprietà del suolo, in cui i rapporti sociali sono ancora autentici. Quella fase che Rousseau definisce “forse l’unica felice per l’uomo”.

Purtroppo, per noi anime perse, invece, il Paradiso ci deve garantire il contrario di quello che abbiamo perseguito in vita. Qui in Occidente tutti desiderano la festa perenne in vita e quindi la nostra religione ci garantisce, nella migliore delle ipotesi, di stare fermi su una nuvola a cantare le lodi del Signore. Cioè, della sublimazione del Padrone che tanto ci ha rotto le palle in azienda. In vita non siamo stati mai fermi. Adesso fermi sulla nuvola, siamo stati materialisti, avidi, egoisti. Ecco che dobbiamo lodare un altro (dio) di fronte al quale siamo oggettivamente delle merde, e privarci di tutto quello che ci è piaciuto. Quindi, stai là, e canta le lodi. Che magari per i primi diecimila anni è anche divertente, poi, credo che, come minimo, venga a noia.

Questa vita si riduce, per le classi alte, all’ideale orgiastico e iperconsumistico di una eterna deboscia per decerebrati, impossibile da reggere per limiti di ogni tipo. Per gli altri invece si manifesta nell’ideologia del consumismo volgare secondo possibilità, con progressivo senso di estraniazione dagli oggetti (compresi gli altri individui che, data la inautenticità dei rapporti sociali, vengono vissuti come meri concorrenti senza vera profondità. Uomini di carta), di alienazione e di follia progressiva, il che vuol dire nel progressivo e patologico distacco dalla realtà, in una condizione di ignara inconsapevolezza, nella rinuncia ad essere uomini a più dimensioni, nella rinuncia al giudizio critico, al pensiero che riflette, all’intelletto e alla ragione. Non solo, nella rinuncia e nella devoluzione da quello che caratterizza in primo luogo l’uomo, cioè, il giudizio morale, la distinzione fra il bene e il male.

In questo modo e secondo questo modello e il suo protocollo, l’umanità finisce per dividersi in tre rilevanti categorie: a) i paranoici, vale a dire, i ricchi che abitano le loro venti o cento ville a testa sparse nel mondo, i duecento appartamenti, gli alberghi diciotto stelle, b) gli altri ceti (proletari, medi e mediobassi, comunque anche con accesso minimo alle risorse), che per autodifesa, automatismi, estraniazione, alienazione, reificazione sviluppano comportamenti che tendenzialmente possiamo definire schizofrenici. (Canetti) ( R,DLaing, La politica dell’esperienza); c) quelli che una volta venivano chiamati sottoproletari e che oggi possiamo individuare come sub-umanità, oppressa da fame, malattie endemiche, malattie nuove, sopravvivenza garantita dalla gestione delle enormi pattumiere formatesi alle porte della megametropoli.

Ecco come mai l’ideologia del lavoro finisce così per diventare l’ideologia del lavoro alienato, del guadagno sempre inadeguato, perché in funzione dell’ideale del consumo senza limiti e della totale assenza della coscienza. Mentre l’Altolocato cerca di esercitarsi nell’orgia continua, nel consumo paranoico di ricchezze enormi, nella continua tensione di dimostrare la propria esistenza continua, e per questo utilizza “anche” la cocaina, il manager, che deve lavorare per sostenere e giustificare il proprio alto livello di consumi prende cocaina per continuare a lavorare.

Un esempio per tutti. Quello del grande manager di successo, saturo di donne bellissime e di denaro, di successo, di continua esposizione mediatica che nella sua faraonica villa o forse solo nell’ultima di molte, ha tappezzato il suo studio (?) con una meravigliosa libreria ricolma di libri meravigliosi. Che male c’è? Nessuno, ovviamente, ma l’unica cosa vera, esistente di questi libri e queste enciclopedie, l’unica cosa reale è… la copertina. Dentro non c’è nulla. Pagine bianche. A volte nemmeno le pagine. Questa è la metafora perfetta del grande abbiente Altolocato, l’uomo di successo. Un tipo che è pura immagine, una bella copertina dentro cui, come nella libreria del manager, non c’è niente, niente di niente. Per lui persino la cultura è solo l’immagine dell’immagine.

Egli è’ ancora peggio del collezionista, il quale raccoglie e colleziona reperti culturali, senza utilizzarli, ma solo perché li considera un valore riconosciuto dagli altri. O perché nel suo estremo egoismo vuole essere il solo che li gode (ma qui siamo già in un altro ambito). Questo invece va ancora oltre. Egli finge di raccogliere reperti. Se quello finge di essere colto, questo finge di essere uno che finge di essere colto. E’ pazzesco! Appunto. Folle. Cioè fuori di sé.

Eppure, la produzione è l’essenza dell’uomo. E l’uomo produce anche quando è liberato dal bisogno, anzi, produce veramente soltanto quando è libero da esso. Il momento orgiastico (che non sottovaluto affatto fra le fonti di godimento), costituisce, appunto, solo un momento, nel ventaglio dei desideri e dei bisogni umani, mentre la produzione fa parte dell’essenza dell’uomo, per citare ancora Aristotele. Bisogna intendersi quindi sul senso della parola “produzione” e questo è possibile solo se la si libera, non interamente ma per quanto più è possibile, dalla categoria del profitto.

Nel lavoro estraniato l’uomo perde sia la sua essenza umana sia la sua essenza animale, è dunque estraneo a tutto se stesso. Ma questa essenza dove va a finire? Chi possiede il mio lavoro, questa che dovrebbe essere la mia essenza vitale e umana? Chi si appropria di me stesso e mi mangia e ciuccia fino ridurmi una poltiglia informe? Chi è la sanguisuga?

Ecco la semplice risposta. Il capitalista, il padrone, l’insieme dei capitalisti, il capitalismo imperiale internazionale. Il Generale, il Grande Politico, il Gangster, il Mafioso, occidentale e orientale, il capo dei servizi segreti e via enumerando. Ma non troppo. Costoro governano un sistema che gli ha preso la mano, che li costringe al super ghetto, a crudeltà inaudite, che ovviamente pagano in termini di umanità e spiritualità, che li riduce a grottesche caricature dell’uomo… ma che gli piace tanto per i privilegi che garantisce. E comunque non sarebbero in grado né di modificare né di fermare questo “sistema”. Questa oligarchia ha conquistato senza mediazioni il potere economico e il potere politico. Ma la sanguisuga impone anche e soprattutto la sua ideologia del lavoro e della subordinazione, una ideologia totalizzante per la quale “tutti” vivono all’interno della mentalità imperiale, capitalista, aziendale, che tutti contribuiscono a elaborare, perpetuare, articolare, difendere.

Nella foto di copertina a sinistra Roberto Tumminelli. Al centro Mario Capanna e Luca Cafiero. Sono tra i fondatori del Movimento Studentesco.

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1 Comment on "L’IDEOLOGIA DEL LAVORO. I SUOI OBBLIGHI, LE SUE CONSEGUENZE – Roberto Tumminelli"

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Roberto Bani
Ospite

Ottimo articolo, complesso e articolato ma “raccontato” con una splendida semplicità. Grazie.

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