LA (FINTA) CASA DI MONTALBANO LUOGO DI PELLEGRINAGGIO A PAGAMENTO – di Danilo Cannizzaro

– «Mi scusi… la “Casa di Montalbano”?»

– «Viene di fuori, di molto fuori, eh..? La prima volta, eh, già… si vede subito, che è “di fuori”…»

– «Come, si vede? Non capisco… da che si vede?»

– «E bèh, mi chiede “la casa”, mi chiede… ma lo sanno pure le pietre, caro mio, dov’è “La casa”, no? Eh… si lasci pregare..!»

– «È la prima volta, sì. Io volevo venire l’anno scors–»

– «Non si preoccupi, dai: sicuramente non è colpa sua: non l’ha fatto apposta. Lo capisco. Tranquillo. Adesso sistemiamo tutto.»

***

Quanti ancora, difatti, non conoscono “La casa”?

Per quei pochi che si trovassero in questa incresciosa condizione, verrà precisato che “La casa” si trova nella ridente provincia di Ragusa, e precisamente nel ridente borgo marinaro di Punta Secca (è un tripudio, di dilettevoli risate, si noterà…), che gode oggi di notorietà ampliata in virtù delle vicende del “Commissario Montalbano”, serie televisiva tratta dai romanzi di Andrea Camilleri.

La spiaggia su cui si affaccia “La casa” rivela la sua nativa bellezza per l’arenile di fine sabbia dorata bagnata da acque che coprono fondali bassi, pensosi e antichi come gli scogli che affiorano ai margini del litorale, insanguinato dal tramonto – quando è bel tempo – che dipinge una gala arancione al confine tra la fascia di cielo, incendiata di violetti e di strisciate verdi e blu, e quella di un mare profumato di iodio e vaghi zolfi.

Altre volte – d’inverno ad esempio – sempre il tempo, se la pensa, ed è meno bello.

Ah, sì (succede).

Si arrotolano, in questo caso, note furenti d’un mare scuro, sillabato da creste d’onda di color bigio e ferrigno: sono cascami d’alluminio sporco, o forse lacere lamiere divelte, che si accartocciano crepitando gemiti elettrici. Ecco che allora alcune lingue si dipartono dai flutti cinerini, ramificandosi in dita maligne che sembrano voler ghermire uomini e cose.

Ma soltanto quando “è brutto tempo”: una o due volte l’anno – che però basta e avanza.

Ah, sì (avanza).

***

Ma tutto questo ben di Dio di stupore visivo è nulla, in confronto al purissimo incanto generato dalla devota processione delle schiere di visitatori che, durante tutto l’anno, rendono sincero omaggio a “La casa”: affrontano, essi, viaggi anche parecchio bislunghi, pur di vederla, di fotografarla e, soprattutto, consegnare ai viventi e alle future generazioni l’immagine imperitura della propria – verificabilmente documentata – presenza nell’arcinota meta di pellegrinaggio. Intrepidi gremiscono carovane di pullman corredate da guide ufficiali, coscienziosi accompagnatori, ciceroni solerti che, con fischietti multicolori e festanti bandierine (orgogliosi vessilli d’un manipolo consacrato alla gloria dei cicalecci telematici) convogliano la gioconda umanità in direzione della meta sospirata da ogni rispettabile selfista, da ogni esemplare autoimmortalatore.

Raggianti e liete, esultanti e felici, le sorridenti immagini, intanto (ad ogni buon vagheggiato conto), riveleranno ad amici e parenti, nipoti ed epigoni ancor da venire che sì, essi autoimmortalatori davvero furon là, veramente deglutiron l’arancino, inghiottiron proprio la granita aborigena, i più osservanti addirittura riusciron a palpare con dita fiduciose persino i muri.

Qualcuno, pago e soddisfattissimo, racconterà poi, in un luminoso domani riscattato dalle umane miserie, d’aver raggiunto ineffabili “vibrazioni”; qualcun altro millanterà – ma è perdonabile, tal innocente debolezza, che diamine! – d’aver visto di persona, nientemeno che “Il Commissario”; altri ancora potrebbe spingersi, esaltato ed ebbro per il processo di galvanizzazione, d’averne financo percepito il ruttino.

Oh, fortunati pellegrini! Oh, beati erranti! Sanno essi, al momento di imprendere il degno cammino votivo, allorquando versano l’obolo benedetto nelle casse dei virtuosi esercenti, dei pii bottegai, degli onesti ristoratori indigeni, di partecipare all’intraducibile, meraviglioso mistero della celebrazione prodigiosa?

¿Quién sabe?

 

(Penetranti bestemmie, esplose dalla veneranda bocca del “Zio Tano”, deposto in ostensione davanti casetta sua, al quale il milionesimo fedele richiede informazioni su “La casa”, riempiono frattanto questa porzione di Mediterraneo, dimodoché si crea ben presto un’atmosfera ricca dell’essenza di antiche tradizioni triviali).

 

(Non cala la tela, ma, del resto, neanche il prezzo della benzina).

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