SONO INNAMORATO DEL “DIVINO” STENDHAL E DI MANZONI – di Giulio Nascimbeni

La voce di Leonardo Sciascia è sottile, debole, molto simile a un sussurro. Ma quella sera (diciamo, per l’esattezza, che erano i primi di marzo del 1964), si scaldò all’improvviso, divenne forte, e non soltanto per superare il brusio della gente che si stringeva tra i banchi e gli scaffali della libreria “Milano Libri”. Allora facevo il cronista alle presentazioni delle novità e il primo dato da registrare era quella folla insolitamente numerosa e curiosissima, accorsa a vedere da vicino lo scrittore che aveva già legato il suo nome a Le parrocchie di Regalpetra, Gli zii di Sicilia, Il Consiglio d’Egitto e, soprattutto, Il giorno della civetta, divenuto subito best-seller.

Sciascia era arrivato a Milano per il suo nuovo libro, Morte dell’inquisitore, ricostruzione di un episodio accaduto nel Seicento a Racalmuto, il paese natale dello scrittore. Mi avevano detto che sarebbe stato difficile cavargli qualche parola. La ritrosia, quando è genuina, è anche un modo ammirevole di civiltà. E Sciascia, per tutta la serata e per la breve durata dell’intervista, seppe essere ritroso nella giusta misura, nel credibile e plausibile distacco dalle cose e da una  città che chiaramente non gli appartenevano.

Soltanto una frase sembrò ferirlo. Fu quando osservai che anche quel nuovo libro, anche la storia di quel frate che uccide a colpi di manette sulla testa l’inquisitore monsignor de Cisneros e poi finisce sul rogo, erano pur sempre e indissolubilmente, legati alla Sicilia. Come ho gà detto, Sciascia alzò il tono della voce: ”Ancora la Sicilia? Sì, ancora la Sicilia e sarà sempre la Sicilia. Voi del nord forse non capite”.

L’idea del “voi del nord” tornò poco tempo dopo, ma stavolta pacata. Ricordai a Sciascia una sua precedente dichiarazione, letta da qualche parte: che, cioè, nello scrivere, non lo interessavano i problemi dello stile. “E’ vero, non mi interessano, rispose. “Voi del Nord, voi lombardi soprattutto, avete superato certe necessità che io mi sento intorno e che mi assediano. Da noi c’è ancora la lupara, c’è la mafia. Noi dobbiamo chiarirci e chiarire la nostra storia. Cerchiamo i fatti, le notizie, le sconosciute cronache sepolte negli archivi e nelle biblioteche. Questo è quello che dobbiamo sviscerare: non l’estetica o i comandamenti, veri o presunti, del bello scrivere…”.

La tentazione fu forte. Proprio l’anno prima Palermo era stata sede di un convegno del “Gruppo ’63” (il movimento d’avanguardia, oggi un po’ dimenticato, dei “novissimi”, con Anceschi, Eco, Sanguineti, Balestrini, Giuliani, Pagliarani…), che aveva molto agitato il problema di un radicale rinnovamento del linguaggio letterario. Perché Palermo?, domandai. Sciascia ritrovò il suo sorriso, cauto e un po’ misterioso: “Mi limito a dire questo: un episodio simile dimostra da quali e quante storture siamo afflitti noi siciliani”.

Infine, sempre spinti e urtati dalla gente che chiedeva dediche e autografi, toccammo il tasto ancor oggi attualissimo per le migliaia di fedeli lettori di Sciascia, della convivenza tra il saggista e il narratore. “Non prenderò mai”, disse, “la decisione di scegliere tra saggistica e narrativa. Io mi considero un narratore “impuro”. Non so assolutamente rinunciare alla storia, ai fatti veri. E non so nemmeno rinunciare, narrando questa storia, questi fatti, alla possibilità di intervenire direttamente su di essi, di cavare tutta la contemporaneità che in essi riesco a vedere. In Morte dell’inquisitore, tanto per fare l’esempio più recente, appare un riferimento al cardinale Frings che ha tenuto una relazione sul Santo Uffizio al Concilio Vaticano II”.

Era una calma e tiepida sera di marzo. La Scala, che è a un passo dalla “Milano Libri”, splendeva per le luci di una “prima”: Elisir d’amore di Donizetti, direttore Nino Sonzogno, regia di Franco Enriquez, scene di Vellani Marchi, protagonisti Mirella Freni e Giuseppe Di Stefano. Uscimmo dalla libreria. La gente stava già entrando in teatro. Sul marciapiede di fronte vidi Eugenio Montale, che sembrava correre verso la Scala con i suoi passettini rapidi e brevi: allora era il critico musicale del “Corriere d’Informazione”. Lo indicai a Sciascia, che si fermò a fissarlo in distanza. “E’ uno scontroso come lei”, azzardai con un soprassalto di confidenza. Sciascia mi rispose col suo solito, cauto sorriso, allungandomi la mano: “Grazie, buonasera”, e si allontanò con Giansiro Ferrata, che era stato il presentatore del libro.

Sono passati ventiquattro anni. Ho intervistato Sciascia molte altre volte e molto più a lungo. Ho recensito quasi tutti i suoi libri. Tra noi c’è amicizia. Ci sentiamo al telefono, quando sta a Palermo (a Racalmuto è difficile comunicare, perché in quella casa non c’è telefono). Se viene a Milano, si fa sempre vivo. Andiamo a cena dalla “Bice”, in via Borgospesso: lui è ghiotto di funghi, di tenere insalate d’ovuli. Sono un fumatore accanito, al limite dell’incoscienza, ma Sciascia mi batte con largo distacco. Il pacchetto dorato delle sue amate sigarette inglesi, le “Benson & Hedges”, è sempre presente tra posate e bicchieri. Con improbabile credibilità, una volta osservai: “Ma lei fuma sempre così tanto?”. Rispose con un’altra, insinuante domanda: “E lei riesce a scrivere senza fumare?”.

Dico tutto questo per rendere l’idea di come sono cambiati i rapporti con Sciascia, dopo quel primo incontro del ’64. Mi ha parlato dei suoi amori letterari, il “divino” Stendhal, Manzoni (di cui, quand’era ragazzo, imparò quasi a memoria La storia della Colonna Infame, segnale non effimero d’una certa vocazione), Pirandello, Ortega y Gasset. Conosco alcuni dettagli del suo modo di lavorare: per esempio, e la cosa sembra abbastanza stupefacente, scrive direttamente a macchina, libri o articoli non importa, con righe lunghissime che toccano addirittura le novanta battute.

Eppure,con tutto quello che ho imparato e ho scritto, direi che in quella vecchia intervista ci fosse già tutto Sciascia. Il discorso sul narratore “impuro”, sulle storie apparentemente secondarie da scavare come miniere per il presente, non è forse la radice dei libri usciti in questi ultimi anni, da La scomparsa di Majorana a La sentenza memorabile, da Il teatro della memoria a La strega e il capitano, a 1912 + 1, a Porte aperte, a molti capitoli di Nero su nero e Cruciverba, a quella splendida ricognizione nella tradizione orale di Racalmuto che è Occhio di capra?

Non vorrei “pirandellianamente” inchiodare proprio Sciascia a un incontro che, tra uno spintone e l’altro, durò sì e no una mezz’ora. Ne faccio una questione di coerenza: dell’esemplare e implacabilmente lucida coerenza di uno scrittore.

Del resto, Sciascia è sempre stato così: in una raccolta di poesie giovanili, La Sicilia, il suo cuore, che venne pubblicata nel 1952, cioè prima del successo e della fama, si possono già identificare le strutture portanti del suo mondo.

Vale la pena di citare per intero una di quelle poesie: “Come Chagall, vorrei cogliere questa terra / dentro l’immobile occhio del bue. / Non un lento carosello d’immagini / una raggiera di nostalgia; soltanto / queste nuvole accagliate, / i corvi che scendono lenti; / e le stoppie bruciate, i radi alberi / che s’incidono come filigrane. / Un miope specchio di pena, un greve destino / di piogge: tanto lontana è l’estate / che qui distese la sua calda nudità / squamosa di luce / e tanto diverso / l’annuncio dell’autunno, / senza le voci della vendemmia. / Il silenzio è vorace sulle cose. / S’incrina, se il flauto di canna / tenta vena di suono: / una fonda paura dirama. / Gli antichi a questa luce non risero, / strozzata dalle nuvole, che geme / sui prati stenti, sui greti aspri, / nell’occhio melmoso delle fonti; / le ninfe inseguite / qui non si nascosero agli dei; gli alberi / non nutrirono frutti agli eroi. / Qui la Sicilia ascolta la sua vita.

Non so perché Sciascia non abbia più scritto poesie (o se continui a scriverle nel più inviolabile segreto). Non so nemmeno se le consideri un peccato dell’età verde, una specie di acne da cui si guarisce con gli anni. Un giorno o l’altro mi deciderò a rivolgergli anche questa domanda. Per adesso, sento di dover ripetere che in quei versi appariva in perfetto rilievo la “sua” Sicilia, che non è fatta soltanto – come una volta mi disse – “di delitti d’onore, di mafia, di uomini vestiti di nero e di strade bianche o insanguinate”.

 

Nota

Di questa intervista conserviamo il ritaglio delle pagine della rivista letteraria nella quale apparve nel 1988 (data desunta dal contesto dell’intervista).

Per una imprecisione di chi archiviò il ritaglio  – colui che scrive – non fu evidenziata la testata. Si trattava, probabilmente, di una rivista di letteratura in carta patinata (forse “Letture”, forse “Wimbledon”, allora presenti sul mercato).

L’intervista era arricchita da alcune belle fotografie a colori di Pino Guidolotti.

(tratto da: “IL CORRIERE DELLA SERA”)

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