LA DIALETTICA SERVO E PADRONE DI HEGEL – di Enrico Nascimbeni

La prima manifestazione della vita è l’appetito, dove lotta per l’autoconservazione vince chi avrebbe accettato di morire pur di non essere schiavo, “soltanto mettendo in gioco la vita si conserva la libertà (…). L’individuo che non ha messo a repentaglio la vita può venire riconosciuto come persona, ma non ha raggiunto la verità di questo riconoscimento come riconoscimento di autocoscienza indipendente”; ma al contempo lo schiavo diviene necessario al padrone a) Conoscitivamente: ha bisogno di uno che lo riconosca per essere padrone b) Praticamente: lo schiavo è colui che plasma le cose, e che le media al padrone, che perciò dipende da lui.
Stoicismo per Hegel: dalla schiavitù si esce col pensiero (cfr. Epitteto, lo schiavo-filosofo): il suo principio è “la coscienza è essere pensante” e qualcosa ha valore “solo in quanto la coscienza ivi si comporti come essenza pensante”; “lo stoicismo è la libertà che (…) ritorna nella pura universalità del pensiero” ma “l’essenza di questa autocoscienza è in pari tempo soltanto un’essenza astratta”; “la libertà nel pensiero ha soltanto il pensiero puro per sua verità – verità che è senza il riempimento della vita – ed è quindi soltanto il concetto della libertà, ma non proprio la libertà vitale”.
Scetticismo: il pensiero, staccato dal mondo reale, finisce col negarlo: lo stoicismo trapassa nello scetticismo “polemico contro la molteplice indipendenza delle cose” ; “il pensiero diventa pensare perfetto che annienta l’essere del mondo molteplicemente determinato”, e “indica l’inessenzialità di ciò che ha importanza nel comportamento del dominare e del servire”.
Coscienza infelice: la coscienza è infelice, perchè “scissa entro sé stessa”, tra una coscienza transmutabile (umana) e una instrasmutabile (divina), ponendo l’Assoluto nella trascendenza, nell’Instrasmutabile. Più che pensiero è devozione, subordinazione della coscienza singola a Dio, a cui riconosce di dovere tutto come un dono.

Il culmine è l’ascetismo, con cui tende a liberarsi dalla miseria della carne unificandosi con l’Immutabile. Ma proprio in questa unificazione la coscienza riconosce di essere lei stessa la coscienza assoluta (possibile allusione ai mistici fiamminghi, o al panteismo).

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