PINELLI… IL GELO DEL CIMITERO – di Franco Fortini

Viviamo nelle paure di una entità irrigidita, di una fedeltà senza virtù. La fedeltà che retrocede a superstizione: questa può essere una delle facce del decadentismo. Le superstizioni sanno addobbare magicamente il dolore e la sconfitta. Il gelo del cimitero, la pietà dei canti stonati, delle bandiere sulla fossa ingiusta, la sera di noi gravati dal senso di un capitolo di storia che si chiude, di un triste futuro di persecuzione e di silenzi: tutto questo è stupenda scena della fedeltà, armonia della ripetizione: ma è anche inganno e conforto.
Veniamo via che è buio fitto. Vittori Sereni, Marco Forti e Giovanni Raboni camminano con me sulla ghiaia del vialetto. Ci sorpassano coppie di giovani, nelle loro vesti militaresche, il braccio di lui intorno alla spalla di lei, carichi – così immagino – di rancore e amore. Che cosa sarà di loro? Non so come ma ho la certezza che con la strage di pochi giorni fa, l’orrendo coro dei giornali e questo assassinio di Pinelli, è davvero finita un’età, cominciata ai primi del decennio. È possibile il silenzio degli uomini d’opinione, i difensori dello stato di diritto? Si è possibile. La paura è veloce. Lo dico e i vicini sono della mia stessa opinione. Chissà che cosa ci porta il domani. L’alone di luce della città è davanti a noi in fondo a Viale Certosa e a Corso Sempione, oltre il Castello. Ci salutiamo, ci stringiamo le sciarpe al collo, ci separiamo, andiamo in cerca delle nostre auto sul piazzale.

Franco Fortini

per non dimenticare

a Licia, Silvia e Claudia un abbraccio

 

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