CAMPARE CENT’ANNI TUTTO SOMMATO E’ UNA CONDANNA – di Nicola Forcignanò

La vita media degli italiani s’è allungata. E già non mi piace fare parte della media. Questo dover stare nel gruppo è sgradevole e poco elegante. L’aspettativa di vita… Come se davvero avesse un senso rimanere in attesa di qualcosa che nessuno può garantirci. Tantomeno per quanto. Tutto illogico. Un tempo la fine la sentivi nelle ossa. La vecchiaia mediamente era non troppo lunga. Giusto il tempo di dire: sto andando. Salutavi tutti con un cenno della mano, se ancora ne avevi la forza. Chiudevi gli occhi e “the end” non stupiva gli spettatori. Che non si sorprendevano della morte di un settantenne. Proprio perché era già un traguardo quello. E si parlava della vita che aveva avuto, come di un regalo della sorte. Chi aveva studiato dai preti parlava di un dono di Dio. Ma in soldoni non cambiava nulla. Era finita lì. Ed era nella logica delle cose.
Ora, la “morte moderna” ci lascia a galleggiare nel nulla e a leggere su Internet come vivere più a lungo. Stretti in un cordone sanitario che ci sconsiglia tutto quanto ci piace. Certo, Viagra e Cialis sono scoperte importanti per chi è invecchiato. Ma se non s’inventa come ringiovanire le mogli, a che cosa servono? A rovinare le notti di anziane signore che si sentono assalite come golette dalla nave di un pirata che non sente ragioni. Questa è una conquista? È sesso quello che si consuma tra pieghe e rughe di due corpi inguardabili? O, piuttosto, non è l’inspiegabile frenesia di voler spostare ogni volta il traguardo un poco più in là?
Vivere per forza, senza chiedersi se è quanto vorrebbero anche quelli che ci succederanno. Perché, comunque, autosufficienti o no, dovranno badarci. Vivendo con ansia quando non risponderemo al primo squillo del telefono, coperto dal volume un po’ alto del televisore, l’udito non è quello di un tempo. La nostra salute sarà il loro primo pensiero, ma subito dopo ci sono i nostri duecento metri quadri con tre camere da letto e doppi servizi, che vedono come un porto d’arrivo, quasi come Vespucci quando stava per sbattere contro l’America.
E la ragazza belloccia , si quella lì davanti, che sull’autobus si alza per farci sedere? Cortese. Ma non sa quanto ci umilia. Stavamo giusto pensando a come attaccare bottone nell’assurda speranza di invitarla a cena. Le sue cosce ci impediscono di deglutire, ma siamo costretti a ringraziare e a sederci, come farebbe un vecchio che non si regge in piedi. Come la vita allungata ci costringe a fare. E non parliamo delle tessere oro, argento e platino, che i Comuni ti offrono per farti sentire più inutile.
Che nessuno si offenda – e soprattutto che nessuno cominci a farmi delle prediche, e a giudicarmi – : tutta questa voglia di invecchiare io non me la sento addosso. Vivrò finché non verrà il mio giorno, ovviamente. Ma non sento il desiderio di andare ancora un po’ più in là. Mica è il ballo tropicale dove occorre strisciare sotto l’asticella posta ogni volta più in basso.
Quando arriverà il momento, non servirà a nulla rilanciare. Sarà un attimo, giusto il tempo per capire che è finito il tempo di vivere.

Poi, il nulla e il buio.

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