ANDREA PAZIENZA – di Danilo Cannizzaro

Andrea Pazienza

(ovvero: 4 righe 4 [1]

– appena –

su quando avevamo la Letteratura Disegnata)

 

 

Il fatto è che… (ne parlavamo ieri, con Enrico Nascimbeni) mi è caduto addosso un ricordo.

 

***

 

Era giugno, dell’88.

– «È morto Andrea.» – feci io, al telefono, al mio amico Franco (inteso: “Cicciu ’u piècuru”). [2]

– «Pazienza.» – fu la sua orazione funebre.

 

***

 

La battutaccia, semi-brillantissima (ah, sì, caro mio..!), non voleva essere, però, sprezzante. Lo compresi anche allora, in verità, quando noi, “Giovani d’oggi” in carica, eravamo ancora felicissimamente imbecilli.

E immortali.

Oggi, ufficialmente, imbecilli, non possiamo – non sappiamo – più esserlo: orarî, impegni, mogli/compagne/allargate (le famiglie, allargate, non, le compagne), figli, mutui, rate, Repubbliche, ’(…)àzzi/mazzi, e – con moderna, mostruosa locuzione – ‘quant’altro ’, ce lo vietano.

  • Imbecilli, dunque, niente più… Basta. Andato (peccato!). Finito. Non ce n’è più (oddio… ’nsòmma…).
  • Felicissimi… poi ne parliamo, in un’altra occasione. Ricordatemelo voi, ché potrebbe passarmi di mente (per favore).

(Ho udito prostate ululare alla luna, che voi umani… ma non ne parliamo, appunto, adesso).

  • Immortali, bah… che dire… mmmh…

(Che poi c’ho pure un doloretto, qui, al fianco… ma lasciamo perdere anche questo…).

Se vai a vedere, Andrea, non c’è più.

Ci sarebbe, tuttora, in effetti. C’è.

Di esserci, c’è. Mi spiego più avanti.

 

***

 

La battuta, dicevo, non era (ora lo so meglio) irriguardosa: avrebbe dovuto funzionare – nelle intenzioni, almeno – come una specie di esorcismo fatto in casa. Se già, allora, qualcuno di “noi”, poteva pure “lasciarci la buccia” – non avevamo l’età, oh! – qualcosa era andata veramente storta.

Per giunta uno di noi, che, per generazione, per entusiasmo, per spirito di emulazione, per adorazione spontanea e per tante altre ragioni che non sapevamo compiutamente al momento, era – ed incarnava benissimamente – l’idea della rock-star.

Il Jimi Hendrix della matita.

Il Mozart del fumetto (si disse anche così).

Andrea componeva, cantava, suonava e ballava con matite e pennarelli (mi riesce difficile immaginare, però, che non abbia sperimentato utilizzando persino cazzuola da muratore e diserbante per realizzare una “tavola” o semplicemente uno schizzo espettorato dalla sua ribollente ed inarrestabile follia) come avremmo voluto cantare e suonare un po’ tutti.

Sparava, discontinuo ma incontenibile, fumettiillustrazionigagssloganesatira che fino ad un attimo prima non avresti ancor detto e, una volta lanciati per aria, come pericolose bottiglie incendiarie, “Minchia! Vero è!”, erano già un manifesto.

Una bandiera.

Un vessillo, glorioso, per di più.

Ed era, innegabilmente – quella sì: satira.

Feroce, insultante, inaddomesticata, blasfema, impubblicabile, censurabile (e, difatti, spesso censurata).

Ah, sì.

Soprattutto perché, negli stessi anni, la tivvù italiana si compiaceva di contrabbandare per satira – parecchio, addomesticata – facezie vezzosette e birichine anzichenò come quelle prodotte dalla compagnia di varietà “il Bagaglino”.

Da un lato, quindi, stucchevoli, melense, leziose parodie anestetizzanti ed onninamente innocue; dall’altro censure, denunce, chiusure, sequestri di riviste come “Frigidaire, “Il Male” (solo per citarne un paio), dove Andrea imperversava, infieriva e – oggettivamente – scandalizzava con uscite impressionanti – imparagonabili, certamente, ad infelicissime cialtronate odierne che nulla, ma davvero nulla, hanno di quell’ampiezza derisoria e della sconcertante portata delle beffarde canzonature a danno del potere.

Insignificanti squittii contro bestemmie raccapriccianti (specie se messe in bocca ad un papa, in una memorabile tavola, ad esempio).

Smancerosi miagolii contro poderose, irripetibili oscenità (come nel caso delle ineffabili abilità fellazionatorie attribuite all’Eremita di Camaldoli).

Ma se non si perdona la scandalosità ad un genio…

Che, infatti, non era sempre perdonato.

Il luogo comune identificabile nell’espressione “Genio & Sregolatezza” trovava, in Andrea, una nuova, non comune, inquietante – in senso ampio – incarnazione: troppe, te ne combinava, di smodatezze ed intemperanze indigeribili per una società che avrebbe voluto titillarsi con comode persuasioni reganianamente edonistiche, là dove un untuoso bacchettonismo imperante avrebbe preteso di convertire gli individui in vasectomizzati, ma appagati consumatori.

Andrea raccontava invece, col suo – imitatissimo – stile, storie, storiacce, storielle e “Sturiellet” metropolitane e provinciali, spesso infarcite di erotismo, violenza, bestemmie, droga, ricatti, incesti forzati e pornografia che, diversamente da quel che sarebbe potuto accadere alla produzione di un mascalzone meno divino, meno talentuoso, sarebbero diventate, da lì a un attimo dopo, autentici capolavori narrativi, leggibili ed incisivi non solo, in una prospettiva letteraria ‘pulp’ ante litteram, ma, meglio, in un più ampio quadro di letteratura contemporanea.

Disegnata, vero è, ma Letteratura. Pregiata anche, se permettete.

In grado di raccontare, in modo migliore di chiunque altro, tutta una generazione piena ad ufo di contraddizioni.

 

***

 

Non ho bisogno di chiederglielo: lo so da me, che mio compare Peppe (inteso: Demonio) c’ha “Zanardi”, “Pertini”, “Pompeo”, oggi come ieri, sul comodino.

Io no.

Ce li ho stipati, non in ordine alfabetico ma del colore delle copertine, o forse del colore dei ricordi collegati, nel cuore.

Per ora.

In attesa di portarmeli (magari non subito, anche se questo doloretto, qua, al fianco… bah… non è che mi piace tanto…) quando sarà il momento, in qualche specie di paradiso, dove per ogni cosa dovrà pur esserci, per noi, una specie di condono. Una sanatoria.

Una specie di perdono, vàh.

(Ma come per tutte quelle gran belle facce di… di ex “Giovani d’oggi”, del resto).

 

[1] Che poi, magari, sono poco di più di 4, ma, tant’è.

[2] Francesco il Caprone.

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