SE PER UN GIORNO IL MIO HATER NON MI INSULTA CI RIMANGO MALE – di Mattia Feltri

Tutti noi siamo sbarcati su Facebook o su Twitter (i due social che pratico) con lo spirito di chi va a una festa per ritrovare vecchi amici e conoscere persone nuove. E l’impatto è abbastanza inebriante. Poi, un giorno, molto presto, si incontra il primo troll, o hater, l’odiatore. Cioè, quel tizio solitamente anonimo che insulta a proposito o a sproposito. Il novizio rimane sbalordito. Allora prova a ragionare col troll, ma il troll è un troll, e non se ne cava nulla, anzi si peggiora la situazione. Poi i troll aumentano. Il novizio, non più novizio, stenta a credere ai suoi occhi. Ci rimane pure male, non si capacita, si arrabbia. Impara però alla svelta che l’unico sistema è non rispondere, mai. Ogni tanto ci ricasca, ma sempre più di rado. Ognuno di noi ha persino dei troll a cui si affeziona, e se un giorno non li trova, non trova i suoi merda vaffanculo stronzo idiota ci rimane persino un po’ male. E piano piano, senza accorgersene, ognuno di noi, automaticamente, prende a scorrere le pagine e i post saltando di netto i troll, non li legge nemmeno, ma perché proprio non li vede, l’occhio è abituato a passare oltre. I troll sono diventati come era una volta la pubblicità durante i film: prima un motivo di protesta, poi un fastidio, poi qualcosa che c’è e a cui non si fa più caso. Peccato che un troll non duri nemmeno il tempo di uno spot, da investire per andare a fare pipì.

 

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