DIARIO DA HONG KONG – di Tiziano Terzani

Nel giugno-luglio 1997 Tiziano Terzani raccontava sul «Corriere» il passaggio incruento dell’isola-colonia dalla Gran Bretagna alla Cina

 

Venti giugno 1997
Esuberante ed esotica, ricca e misteriosa, Hong Kong travolge il visitatore che arriva qui per la prima volta e quello che da anni continua a tornarci, notando ogni volta i suoi immensi cambiamenti ed ogni volta restandone stupefatto. Il più grande mutamento di tutta la sua storia sta giusto per avvenire e la domanda è: che cosa ne sarà di questo minuscolo lembo di terra d’Oriente su cui solo 150 anni fa c’erano a mala pena una dozzina di buie capanne di pescatori e su cui oggi fiorisce una delle più scintillanti, moderne, vitali e intraprendenti città del mondo.
23 giugno
Ho affittato un minuscolo appartamento nel centro della città. Ho detto al portiere che ogni mattina vorrei avere i giornali e, puntuale, all’alba un cinese in canottiera e calzoncini bagnati — piove quasi sempre in questi giorni — arriva a depositare un pacco davanti alla porta. Non ha voluto soldi in anticipo, nè un deposito. Il fatto che parlo un po’ di cinese è la sua garanzia. Ad Hong Kong alcune delle più grandi fortune del passato sono state fatte così, sulla parola, sul fatto di appartenere allo stesso clan, di essere emigranti della stessa contea. Nonostante la città pulluli ormai di avvocati, certi accordi vengono stipulati ancora in questo modo. Probabilmente anche quello fra la Cina e il futuro governo di Hong Kong, fatto tutto — caso unico nella storia recente — da uomini d’affari.

25 giugno
Oggi ha preso vita, accendendosi con centinaia di migliaia di lampadine, un immenso drago — simbolo classico del potere cinese — che dal cuore di Kowloon serpeggia per chilometri e chilometri lungo la Nathan Road fino a una grande testa che, con le sue fauci spalancate sulla sponda del mare, sembra pronto ad azzannare non la perla della verità, come nell’iconografia classica, ma l’isola che gli sta davanti, Hong Kong con tutti i suoi palazzi, le sue barche, l’ultima nave da guerra inglese e lo yacht reale, il Britannia, su cui dovrà imbarcarsi il principe Carlo subito dopo la cerimonia della «consegna» lunedì prossimo. «Non hai paura che le cose cambino, ora che gli inglesi se ne vanno?». «Per far funzionare questo posto non abbiamo bisogno degli inglesi!» risponde l’amico, fiero come tutti ora della sua cinesità. «I comunisti in questi ultimi anni hanno scoperto la magia dell’ingegneria finanziaria, si son resi conto di aver accesso ai capitali del mondo e di poter fare qui soldi in quantità prima inimmaginabili».

27 giugno
Lacrime inglesi per le ultime cornamuse. E io brindo alla fine dell’Impero. Tutti gli asiatici della colonia discendono dai cinesi che fuggirono dalla madrepatria. Ogni profugo qui sapeva di trovare la porta sempre aperta. I colonialisti diedero libertà. «Entrate! Questi sono gli ultimi giorni dell’Impero», c’è scritto sulla lavagna di un bar a pochi passi da casa mia. A Hong Kong tutte le scuse son buone per vendere qualcosa e la «riconsegna» della colonia alla Cina — oramai data inevitabile e scontata da tutti — è usata come tema pubblicitario. I grandi magazzini hanno svendite per celebrare il 30 giugno, le bancarelle offrono montagne di inutili oggetti-ricordo, i ristoranti hanno speciali menu; uno ha scelto di attirare clienti con un orologio elettronico che tiene — velocissimo e angosciante — il conto alla rovescia dei secondi che restano alla fatidica mezzanotte: poco più di 300 mila.

29 giugno
«I nuovi padroni di Hong Kong sono cinesi, e fra cinesi ci intenderemo», mi diceva uno dei tanti miliardari di qui, con una delle più belle collezioni di arte contemporanea cinese e una delle piu’ grandi collezioni di vini francesi. Mi aveva invitato a cena e in perfetto inglese mi spiegava che anche lui non poteva piu’ sopportare l’arroganza coloniale degli inglesi e che occupandosi esclusivamente di affari non avrà nulla da temere. Eravamo in una di quelle belle case sulla collina con vista sulla baia e mi tornavano in mente i drammatici giorni del 1967, quando la gente come lui era terrorizzata. In Cina la Rivoluzione Culturale era al suo apice e il Fiume delle Perle portava nel mare di Hong Kong i cadaveri delle vittime.

30 giugno
Decine di coppie in abiti nuziali facevano oggi pomeriggio la coda fuori dal municipio, affacciato sulla baia, per sposarsi ancora sotto il regime inglese. Davanti alla residenza del governatore, fino a tarda notte, c’era una lunghissima fila di giovani che aspettavano il loro turno per farsi fotografare dinanzi al cancello di ferro che ha ancora le lettere «E.R.», Elisabetta Regina. «Perché sei qui?», ho chiesto ad un ragazzino. «Ho sentito dire che questo palazzo verrà buttato giù e voglio un ricordo». La caccia al ricordo è diventata uno sport. Coppie di inglesi vestiti da sera, sulla via di una delle loro tante feste di addio, vengono fermati da famiglie di qui che vogliono farsi con loro un’ultima fotografia. I soldati inglesi di guardia alla caserma del Principe di Galles debbono farsi abbracciare per un attimo da un continuo flusso di ragazzine dinanzi ad un cartello che dice «vietato fotografare». «Ormai…», diceva uno di loro, alzando le spalle. Durante tutto il giorno c’era in città una strana atmosfera, non esattamente quella di una festa. Migliaia di domestiche filippine, come ogni domenica, avevano invaso il centro trasformando in un grande, gioioso, cinguettante bivacco le strade attorno al Mandarin Hotel e la Piazza della Statua. Sembravano, come sempre, essere le uniche persone veramente felici. Ho cercato di vedere «l’entusiasmo del popolo di Hong Kong per la riunificazione con la madrepatria» di cui parla sempre più insistentemente la propaganda di Pechino, ma non sono riuscito a trovarlo.

 

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