CHE COSA FA L’ANPI PER ESSERE RICONOSCIUTA DAI GIOVANI? – di Piero Scaramucci

Che cosa colpisce di più dei fatti di Macerata?
Il silenzio, le mezze parole, la sdrammatizzazione, addirittura le giustificazioni.
Abbiamo sentito dire: “ma è matto a sparare così, se avesse colpito qualcuno….”, “evitiamo strumentalizzazioni”, “non diamo adito a provocazioni” “non è terrorismo…” e anche: “d’altronde se squartano le ragazze..”, come se il delitto di uno spacciatore giustificasse una strage di immigrati.
6 persone all’ospedale. E non si sa quasi nulla di loro, delle famiglie, se hanno figli, genitori, da dove vengono e perché. Silenzio.
Nessuno, nelle prime ore, va a trovare i feriti, nessuno a consolarli, a incoraggiarli, a portargli un po’ di conforto, di solidarietà. Ci è andato dopo un po’ un rappresentante di Rifondazione. Poi uno di Liberi e uguali. Dopo 3 giorni il sindaco, dopo 4 giorni un ministro. Dopo 5 giorni i radicali. Il ministro Minniti non si è visto in ospedale. Il giorno dopo gli spari una modesta manifestazione a Macerata.
I fascisti sparano, la città tace, sgomenta, la politica teme che parlare chiaramente costituisca una provocazione. Forza Nuova solidarizza con lo sparatore e noi stiamo zitti o balbettiamo, parliamo sottovoce, evitiamo che i fascisti si sentano provocati.
Cioè i fascisti sparano e noi, cerchiamo di non provocarli, noi stiamo a casa. Il sindaco invita ad evitare manifestazioni. Appunto. Tutti buoni a casa.
Che cosa dovrebbe pensare la gente. Che il fatto successo non è così grave. Che i fascisti non vanno provocati.
(Che cosa mai avrebbero dovuto fare i partigiani: evitare di attaccare i nazifascisti per evitare rappresaglie?)
Passano ore, giorni, perché si senta parlare di terrorismo fascista. Si dice estremismo, xenofobia, razzismo, follia. Parole educate. Si evita di dire fascismo, si evita di dire terrorismo.
Ma cos’è terrorismo. Terrorismo è colpire tra la gente, spesso a casaccio, per indurre paura, terrore. Terrorismo, appunto.
Vi ricordate Piazza Fontana, e le bombe sui treni e Brescia, e l’Italicus, e la stazione di Bologna. Le bombe le misero i fascisti. Era terrorismo fascista. Colpire tra la gente, fare vittime, spaventare tutti, farli stare a casa, arrendersi. È quello che fa l’ISIS, ricordate il Bataclan a Parigi. Colpire fra la gente, spaventare, rinunciare alla democrazia, alla propria identità, ai diritti, alle conquiste. E così, oggi, i fascisti a Macerata: sparare a casaccio fra la gente, fra la gente di colore. Se a Londra un africano radicalizzato sale con un furgone sul marciapiede e travolge le persone, è terrorismo, giustamente si dice terrorismo. Qui no, un italiano, radicalizzato di nazifascismo, che scorrazza per la città sparando ai neri, per colpire gli immigrati e spaventare, respingere nel silenzio chi li aiuta, qui non è terrorismo?
Se in questo paese, qui da noi, dopo la strage di Piazza Fontana il terrorismo non ha travolto le istituzioni democratiche, se allora Rumor e Saragat non promulgarono leggi speciali liberticide, ebbene lo dobbiamo non certo al silenzio, non certo alla prudenza, lo dobbiamo ad un atto civile esplicito, voluto dai sindacati, un atto collettivo, lo dobbiamo alle decine e decine di migliaia di persone che non si lasciarono intimorire – e c’era probabilmente anche qualcuno di voi o qualcuno che conoscete da vicino – in piazza Duomo, quel 15 dicembre del 69, ai funerali delle vittime, popolo che non ebbe paura, che non restò in casa, che non rinunciò alla lotta, che manifestò con forza, respingendo quell’infame provocazione e sventando i piani golpisti.
Quando, se non nel comprensibile sgomento di Macerata dopo la sparatoria, quando se non in quel momento avremmo dovuto parlare ad alta voce, rassicurare i maceratesi, e non solo loro, che la democrazia era difesa, dir loro di uscire di casa, farsi vedere, respingere come inaccettabile il fascismo, avremmo dovuto sostenere gli incerti, gli impauriti, i confusi.
Immaginavo che subito dopo gli spari l’ANPI, perlomeno i suoi dirigenti nazionali, andassero subito a Macerata, andassero a solidarizzare con gli africani che un fascista ha cercato di uccidere per motivi razziali, a dimostrare alla gente che al di là delle timidezze dei politici l’ANPI è fisicamente presente.
Noi, dell’ANPI, più di chiunque altro sappiamo che da decenni i fascisti crescono, nell’impunità, e ora siamo a un salto di qualità, sparano a viso aperto, si presentano alle elezioni, li si invita a confronti e discussioni, sostengono coalizioni politiche, siedono su seggi comunali, regionali, anche in parlamento, si permettono di prenderci in giro, mettono in rete la testa mozzata della presidente della Camera, perché aiuta i profughi, sostiene le lotte delle donne, tutela i deboli contro gli arroganti. Sfottono: sapete Salvini come ha commentato l’anagrafe antifascista promossa dal sindaco di Sant’Anna di Stazzema? Ha detto “Anagrafe antifascista? L’anagrafe io la lascerei per quella canina”.
L’ANPI avrebbe dovuto essere in piazza da subito, ovunque, a Macerata ma non solo, e incoraggiare le forze democratiche, i giovani, il volontariato, incoraggiare tutti i democratici a farsi vedere. A manifestare, manifestarsi, mostrarsi, rendersi visibili. Pochi o tanti che fossimo. In totale autonomia, che è la nostra cifra, non dipendendo dai timori di un sindaco o di qualche parte politica.
Per decenni abbiamo sopportato che i fascisti alignassero nelle strutture dello stato, prefetti, questori, generali, funzionari di polizia, magistrati, li abbiamo lasciati lì, a reprimere le lotte, ad assolvere fascisti, a trescare con la mafia, a mettere le bombe, a tentare colpi di stato, si sono riprodotti e rafforzati, hanno avuto sostegni e coperture, sdoganati pubblicamente (ricordate Berlusconi e Fini nel ’93), ora il fascismo è una stampella della coalizione di Berlusconi, e potremmo ritrovarcelo al governo, in alleanza con chissà chi. E comunque gli è consentito presentarsi alle elezioni, ennesimo strappo alla messa fuori legge del fascismo previsto dalle Leggi Scelba e Mancino.
E così eccoli qui, a spiegare, anche in televisione, quanto fu bello il fascismo, che fece le riforme, che le camice nere erano patrioti ed è giusto siano sepolti nel famedio. Eccoli qui a spiegare che il “fine vita” è un delitto, che la donna è madre o puttana, che si riaprano i bordelli, che i mussulmani vanno respinti e che magari si può rifare la religione di stato (come lascia intendere Salvini). E che si devono fermare clandestinità e migrazioni. Proprio loro che le hanno innescate massacrando gli africani nell’epopea delle colonie o bombardando la Libia o facendo quel capolavoro della Bossi-Fini.
L’idea di affrontare il fascismo con cautela mi ricorda certi dirigenti dei ghetti che si illudevano di trattare con i nazisti e raccomandavano ai loro di star buoni. Furono depredati e deportati, tutti.
Per fortuna nostra e della democrazia, ieri l’Italia si è riempita di cortei antifascisti. Da Macerata a Milano e a decine di altri comuni. Una ventata di ossigeno alla democrazia. Certo, la credibilità dell’ANPI di fronte ai tanti giovani che ho visto sfilare, ma veramente tanti, la nostra credibilità sarebbe stata ben diversa se le avessimo promosse, se fossimo stati i primi a dire che non si deve restare a casa. E’ una di quelle situazioni in cui occorre agire, anche criticare la politica quando esita a dire fascismo, parlare con i giovani, avremmo dovuto riempire l’Italia di manifesti e messaggi in rete che spiegano che cos’è il fascismo, in tutte le sue forme, cosa ha fatto negli anni ’30, ricordare le Leggi razziali, 80 anni dopo, e come le dittature europee si ispirarono dalla Spagna alla Germania, al modello italiano, e cosa fece il fascismo da noi negli anni ’60 e ’70 eseguendo le stragi e come oggi cerchi di minare la democrazie con discorsi e aggressioni.
La circostanza ci ripropone, tra l’altro, una annosa questione. Cosa fa l’ANPI per essere riconosciuta dai giovani? Cosa fa l’ANPI per assicurare un futuro all’esperienza e al prestigio accumulato negli anni dall’eredità dei partigiani e dalla militanza di tanti compagni? La discussione deve essere ripresa urgentemente.

 

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