RACCONTO – di Dora Buonfino

Seduto in macchina guardavo l’autista, senza interesse, come se fosse un vuoto in cui annegare lo sguardo.

Che importanza aveva ormai la complicazione del ritorno? Uscirne vivo non era più una mia priorità. Avrei voluto annullarmi completamente in un sonno profondo. Non sopportavo più le immagini che avevo nella testa, il sapore del sangue mescolato a quello della terra.

Quanto ne avevo assaggiato in quei giorni – misto alla poca roba che si riusciva a mettere insieme –, e quanti corpi avevo aiutato a sotterrare, io che non avevo mai visto un morto prima di allora?

Neanche mia madre avevo voluto vedere, nonostante il mio amore di sempre per lei.

Non avrei sopportato il ricordo del suo corpo inerme, per questo in ospedale non c’ero mai andato, malgrado lo scontento di mio padre. Al funerale non mi presentai: me ne restai in cantina tra la muffa e gli scarafaggi. Quelli, di sicuro erano più sopportabili dell’odore della morte.

Ora che quell’inferno me lo stavo lasciando alle spalle, ripensavo al motivo per cui c’ero finito, io che di guerre non sapevo nulla, tranne che per le notizie che passano in televisione – anche per qualche film ben fatto, certo, verosimile nella trama e per gli effetti speciali, ma niente di vero.

Nulla, fino a quel momento, mi aveva mai spiegato di cosa veramente si trattasse. Niente era mai stato in grado di farmi comprendere cosa significhi ritrovarsi sotto un morto fatto a pezzi, sentire l’insofferenza per il peso di quei resti, mentre una sensazione di gratitudine ti attraversa l’anima per la vita che ti scorre ancora dentro, mentre ti ripugna quel tuo momento di gioia, poiché ti squarcia le viscere girare lo sguardo e scoprire a pochi metri da te che la morte s’è presa un bambino, diventato nulla più che un fantoccio, con le braccia ripiegate su se stesse.

Fu quello il momento in cui ripensai alle sue lacrime sentite qualche minuto prima e ricordai le maledizioni che avevo lanciato contro me stesso per essermi ficcato in quel baratro senza uscita.

Avevo sempre temuto la morte, perché mi procurava ribrezzo il pallore di un corpo senza vita.

Ora ero stato costretto a vederne tanti, di corpi, sparsi ovunque prima di essere posti in fila sul pavimento.

«Bisogna fare una foto» – aveva detto qualcuno – «per far capire al mondo cosa sta accadendo».

Un’ultima posa prima della sepoltura: un atto necessario, quell’ultima offesa, per tentare di salvarne altre di vite.

Non ricordavo più come c’ero finito in quella terra dimenticata da Dio, e mi sentivo colpevole perché stavo rimuovendo ogni traccia di colei che mi aveva spinto a fare un simile passo: l’avevo vista in un filmato, uno di quelli che girano in internet, una ragazzina minuta che chiedeva al mondo perché non si ponesse fine a quella cattiveria, perché si consentisse a pochi uomini di uccidere senza alcuna pietà.

Mi era rimasto impresso quel viso sincero, la voce spezzata dal pianto, ma soprattutto il cuore che sembrava porgere mentre parlava. Per lei, solo per lei m’ero deciso a partire. Dovevo salvarla per sentirmi a posto con la coscienza e non fare solo lo spettatore. Mi sembrava un modo per cambiare le cose, per dare a me stesso la speranza di potermi sentire un uomo, uno che non resta solo a guardare.

Alla fine l’avevo trovata, ed avevo sorriso per il suo stupore, e mi ero sentito fiero per essere riuscito in quella piccola impresa. In pochi minuti avevo colto in lei sorpresa e sgomento, incredulità e gioia.

All’inizio lei era felice per il fatto che avevo visto il video. Ciò le aveva regalato l’illusione che tutto potesse finire, che il mondo fosse indignato e si stava muovendo. Immediato, però, fu il suo sconforto nello scoprire che io ero solo, che non avrei potuto far altro che salvare lei, solo lei, niente di più. Poi, la disperazione fu grande: m’invitò a tornarmene a casa. Era il suo ultimo, istintivo atto di speranza.

Io ora sapevo, avevo visto, e per questo avrei potuto dire al mondo la verità, avrei potuto pretendere un intervento.

Mi raccomandò di ricordare ogni istante, sensazione, odore, per poter spiegare cosa sia in realtà la guerra. Le avevo chiesto di venire con me, di salvarsi finché era in tempo, così sarebbe stata lei a raccontare. Non accettò, perché il suo posto era lì, con le persone a cui voleva bene e con i suoi amici.

Almeno, quelli che non erano morti.

Avrei potuto salvarla, avrei potuto rapirla con la forza, addormentarla e portarla via, ma non l’ho fatto ed ho accettato di tornare a casa, con il suo ricordo e le sue parole.

Forse la stavo tradendo.

Forse avrei cancellato il suo ricordo, per poter sopravvivere. Per poter continuare a sentirmi un uomo malgrado la mia impotenza.

Non le avevo confessato che ero uno qualsiasi, senza un ruolo importante.

Uno che non avrebbe potuto far nulla per lei e i suoi piccoli amici.

Ancora uno che non avrebbe salvato quei cuccioli d’uomo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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