EDUCARE LE DONNE A BASTONATE – di Danilo Cannizzaro

 

 

(China dell’autore)

Educare le donne a bastonate – istruzioni per un corretto utilizzo

“Buon giorno amici cari, ci occuperemo oggi dell’annosa faccenda riguardante le corrette istruzioni sul come Educare le donne a bastonate, con particolare riferimento agli orari adatti per effettuare il doveroso ed indispensabile esercizio. Molti di voi mi chiedono, infatti…”

(Ma lasciamo un attimo in sospeso l’interessante lettura di siffatto – istruttivo – “Prontuario”. Ci torneremo più avanti).

***

Quand’ero piccoletto, mi portava a caccia, mio nonno, la qual cosa era considerata normalissima pratica; nessuno ci trovava niente da ridire. La prima fucilata che esplosi – si trattava, se ben ricordo, di una doppietta Lupara siciliana a pallettoni – non provocò la morte di nessun uccelletto, la slogatura, bensì, della mia spalla di imbecillotto mini-minorenne, a causa del potente rinculo dell’arma (risultato che a distanza di anni, oggi – va detto – assai mi rincuora).

Era cosa ordinaria, diffusa.

Fumare nei bar e nei cinema era normale; lietamente abituale posizionare una puntina da disegno nella sedia del grassottello compagno di classe davanti (“per vedere di nascosto l’effetto che fa”); altrettanto comune era che la buona borghese, come pure l’impaziente servetta, programmassero l’una, la collezione di più “pezzi”, l’altra, l’ottenimento della (una, almeno) pelliccia d’animale pregiato, capo d’abbigliamento parecchio ambito, invero.

Cose normali, erano.

(Ovvero tali, considerate).

Non faceva neanche granchè scalpore, in quell’epoca distantissima ormai, che diatribe e controversie venissero, di frequente, dialetticamente o pedagogicamente composte mediante il ricorso a sonore busse, manrovesci, professionali sganascioni.

– «Sùsiti ca ti rùgnu ’u rièstu!»[1]– si diceva, al soccombente in una controversia (prevalentemente fisica – facilmente s’intenderà).

– «Prufissùri, chìstu è ’u picciuòttu, chìsta è ’a vìria: vuògghiu ’a pèddi!»[2] – pretendeva il buon padre di famiglia dell’altro mio nonno, rispettato ed illustre Maestro, lui consegnando figlio ed artigianal scudiscio all’ingresso di scuola, acciocché insegnamento e istruzion repleta non avessero a scapitarne. Era questione – si veda – d’impartire la buona educazione!

Si faceva così.

Usava.

 

***

 

Forse la moderna sensibilità – ci si augura – è incline a confinare in area non protetta vecchie sentenze di questa sorta:

Quando torni a casa la sera, picchia tua moglie. Tu non sai perché, ma lei lo sa benissimo …”, vecchio proverbio cinese, d’arcaico stampiglio, che rispecchia tuttavia un principio dal quale religioni vigenti (che non indicherò a chiare lettere per non arrecar turbamento nel periodo pre-elettorale) a tutt’oggi non si discostano, poiché picchiare una donna farebbe parte dei diritti dell’uomo.

Per sovrammercato, a conferma di ciò, appena un paio d’anni fa, invitato a un dibattito politico alla tv svizzera DRS, un importante rappresentante (che similmente non nominerò) di una religione universalmente nota, meravigliato delle proteste che gli si indirizzavano, più che mai sicuro riaffermava che “…picchiare le donne, se necessario, è iscritto e parte della libertà religiosa.”.

Dal momento che mi sento in vena di smorfiosi pettegolezzi, in armonia con l’assunto che farci mancare qualcosa depaupererebbe la tradizione cattolica occidentale, mi lascio investire dal ghiribizzo di rammentare che il sussiegoso buontempone Paolo[3], cólto e intransigente fariseo di Tarso, ossequiando Apologisti e Padri della Chiesa (tutti maschi, va da sé), nelle sue predicazioni confermava la sottomissione e la subordinazione della donna all’uomo “capo della donna” sia per motivi storico-cronologici (“la donna deriva dall’uomo”), sia psico-sociologici (“è inesperta e debole, innanzitutto”), sia ontologici (“il suo status religioso è ab antiquo diverso e intrinsecamente più basso”).

In sostanziale accordo, dunque – prendere nota, prego – lo segue l’altro brillante esegeta Tertulliano[4], che dall’alto della sua professoral gravità, interpretando in chiave diabolica l’episodio del serpente nella Genesi, non si perita di avvinghiare tutto il suo essere (e la sua speculazione parimenti) all’immaginario collettivo giudaico-cristiano, rabbinico e sacerdotale, secondo cui allo stesso modo d’Eva, la donna che si era fatta sedurre dal serpente e aveva tradito il suo uomo, strappando bruscamente l’umanità dall’innocenza e dalla serenità dell’Eden e scaraventandola nella vita e nella morte quotidiana, nel dolore e nella fatica, nella tentazione e nel peccato, “…ogni femmina, come la progenitrice, è un autentico varco del demonio” (ianua diaboli).

(Hai capito, a Tertulliano..?)

Un essere che Dio ha voluto inferiore, insomma, banalizzo per qualcuno che fosse ancor immerso e distratto nell’attività di pettinare le bambole.

Una persona che, tutto sommato, non è così grave, non così orribile, non così vile prevaricare, sottomettere, bastonare, e, se ci scappa (può capitare: sono incidenti…) anche uccidere.

Tutto ciò – semplifico un’altra volta per i parrucchieri di bambole – si fa, tuttora.

Soprattutto se la Porta del diavolo anzidetta si arroga il diritto (ma vedi tu…) di svincolarsi dal possesso altrui sulla propria esistenza.

Si fa, si fa.

Usa.

(Illustrazione di Milo Manara)

***

 

Le cose, però, cambiano.

A volte ci vuole un bel po’ di tempo, ma poi, piano piano, le cose – per fortuna – cambiano.

Un neonato che si presentasse alla luce tra un quarto d’ora, pur non essendone pienamente cosciente, sarebbe, con ottima probabilità, già contrario alla caccia, avverso all’uso della pelliccia.

(E meno male, dico io. Ma è soltanto un mio personalissimo avviso…).

Non fumerebbe, il giovane nato – supporrei per ovvî impedimenti anagrafici e motorî – nei cinema e nei bar.

Rubicondi deretani pingui non perforerebbe dilettevolmente, si può ipotizzare, a motivo principalmente della penuria di vecchi cimeli come le puntine da disegno o la colla Coccoina.

Esiste invece il pressante rischio che, se qualcuno (molti, qualcuni) non gli insegnasse per benino, non gli ripetesse a canzonetta il concetto: “Fai l’uomo, non fare la m…”, il pupo suddetto potrebbe imbattersi in fraintendimenti nocivi.

Molto, nocivi.

E spregevoli.

***

 

Racconto storie.

Solitamente racconto storie che prevedono un finale.

Mi piacerebbe adesso invece raccontare una storia senza, un finale.

Una storia che non finisce mai: quella che avrebbe per soggetto (scartando a piè pari il curatore di un’ipotetica rubrica che consigli avanzati sistemi per nuocere, offendere, danneggiare, picchiare chiunque sia più debole – ipotesi, a quel che si vede, non così fantascientifica) la realizzazione di un grande commercio di immagini, volantini, bigliettini, spot e réclame.

Nei cioccolattini potrebbe esser nascosto un bigliettino, ad esempio, che al posto di dissertazioni sugli apostrofi rosa reciterebbe: “Fai l’uomo, non fare la m…”.

Nei pacchetti di sigarette, accanto al monito “Il fumo uccide – smetti subito”, “Il fumo danneggia gravemente te e chi ti sta intorno”, la grafica potrebbe, secondo me, includere: “Fai l’uomo, non fare la m…

(No..?)

 

[1] Alzati da terra che ti conferisco il supplemento di botte.

[2] Maestro riverito, questo è il ragazzo, questa è la verga, mi faccia l’onore di consegnarmi la sua pelle, rimossa a nerbate!

[3] Paolo di Tarso, nato con il nome di Saulo e noto come san Paolo per il culto tributatogli (Tarso, 5-10 – Roma, 64-67), è stato uno scrittore e teologo cristiano.

[4] Quinto Settimio Fiorente Tertulliano (in latino: Quintus Septimius Florens Tertullianus; Cartagine, 155 circa – 230 circa), conosciuto semplicemente come Tertulliano, è stato uno scrittore romano e apologeta cristiano, fra i più celebri del suo tempo.

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