“HAI UNA VOCE DA FEMMINA”… E IL MIO AMICO SI E’ IMPICCATO – di Andrea Buccella

 

Era una mattina assolata indice della primavera alle porte. Nostra madre ci aveva accompagnato in ospedale per il prelievo del sangue e controlli di routine. All’uscita, come di consueto, ci fermammo in un bar lì vicino per mangiare qualcosa. Fu proprio in quel bar che uno dei miei fratelli brandendo in mano un giornale del posto domandò: “Ma questo non è Alfio?”. Appoggiando il quotidiano sul tavolino, incuriosito, cercai la foto che raffigurasse il nostro amico: un trafiletto di lato con un ritratto minuscolo titolato: GIOVANE SI TOGLIE LA VITA CON LA CINTURA DEL PADRE. Ricordo che rabbrividii… IL CORPO È STATO TROVATO APPESO IN BAGNO DALLA MADRE… Non volli credere che si trattasse proprio di Alfio, di quel ragazzo timido che conobbi qualche anno prima in palestra tant’è che risposi senza esitazione che non era lui… la foto era troppo piccola e sfocata per riconoscerlo. Ma era lui: le iniziali corrispondevano, l’età era quella e l’immagine, anche se piccola, era la sua… anche se quegli occhi azzurri come il cielo che nella piccola foto in bianco e nero apparivano scuri. Venni a sapere che il motivo di tale gesto fu la sua voce… “una voce da femmina!!!” lo prendevano in giro i suoi compagni di scuola… cristo, era un ragazzo sempre allegro ed era buono… era perfetto… perché sfotterlo, perché quel gesto? Rabbrividii di nuovo… anch’io una volta, ignorantemente, gli chiesi “Ma perché hai la voce così?” e la sua risposta non si fece aspettare “perché devo ancora sviluppare”. A me bastò quella risposta e dopo un po’ non feci neanche più caso a quella sua “voce da femmina” ma forse, non volendo, anch’io sono stato una di chissà quante gocce in quel cazzo di vaso di Pandora. Rabbrividii ancora ripensando a quando da più piccolo venivo schernito e malmenato tutti i giorni da quelli che sarebbero dovuti essere miei amici ma che in realtà mi trattavano da “scemo del villaggio” a causa del mio problema all’udito che mi accompagna fin dalla nascita e che in quel periodo nero mi aveva regalato una maestra di sostegno… faticavo a comprendere e preferivo chiudermi in me stesso piuttosto che interagire con chi mi usava come un sacco da punchball per farsi bello con la ragazzina di turno. Arrivai anch’io a sfiorare l’idea di liberare questa vita dal mio inutile peso… e se quel fucile di mio nonno non fosse stato scarico forse… ma non è questo il punto. Rabbrividii perché mi resi conto che mentre io ero ancora vivo, forse per vigliaccheria, forse perché doveva andare così, lui era lì, su quel trafiletto di giornale quasi invisibile come invisibile era il suo malessere che perfetti imbecilli hanno contribuito ad accrescere e a fargli prendere il sopravvento. Rabbrividii, perché pur non volendo, mi sono sentito responsabile di quella goccia che ho contribuito a far cadere in quel dannato vaso, che forse avrei potuto cambiare le cose e saresti tornato a sorridere allenandoti con me in palestra.

Perdonami Alfio.

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