PURGATORI HA MESSO A NUDO IL VUOTO DEI BRIGATISTI ROSSI – di Andrea Scanzi

 

ARTICOLO TRATTO DA IL FATTO QUOTIDIANO

Ho appena visto una delle cose più belle trasmesse dalla tivù italiana negli ultimi anni: lo speciale di Andrea Purgatori dedicato alle Br e al caso Moro. Atlantide, La7…
Purgatori, che non a caso è quello – tra le mille cose – che ha cercato di abbattere il “muro di gomma” sul caso Ustica, è riuscito a raccontare senza retorica, ritmo, rigore e lucidità rara gli anni che vanno dal ’69, e dunque la strage di Piazza Fontana e l’inizio della strategia della tensione, fino al sequestro Moro del ’78. Nel mezzo, l’ascesa delle Br, che nascono nel 1970 e alzano sempre più il tiro. Prima le fabbriche, poi i sequestri dimostrativi a tempo. Quindi il sequestro del giudice Sossi, lo Stato che sembra cedere e poi non cede. Quindi l’omicidio del Procuratore Generale Coco, “reo” di non avere mantenuto la parola sulla promessa di liberazione di alcuni estremisti di sinistra genovese. Da allora le BR spargono sangue su sangue, fino all’attacco allo Stato “per conquistare il potere”.
Giusto la sera prima, dopo la partita, mi ero imbattuto nell’anticipazione del programma di Francesca Fagnani, Belve, sul Canale Nove. Una delle intervistate è Adriana Faranda, ex brigatista e “postina” durante il caso Moro. Avevo quindi letto un articolo in merito di Antonio Padellaro, non a caso una delle voci narranti dello speciale di Purgatori. A quel punto, per l’ennesima volta, mi ero trovato a leggere tutto quello che ho trovato fino alle 2 di notte. Sono anni che studio quel periodo, per provare a capire gli anni di piombo e quel cortocircuito che portò tanti giovani a scegliere la lotta armata. E’ un intreccio inestricabile, tra depistaggi, rubli sovietici, regie americane, clandestinità e reticenze. Se oggi accettiamo tutto e siamo rincoglioniti dal nostro stesso torpore, nei Settanta si era immersi ben dentro l’eccesso opposto.
Quello che colpisce, del lavoro di Purgatori, sono i quattro “protagonisti”. Fanno tutti parte della “seconda generazione” delle BR, quella meno ideologica e più militarista. Parte del materiale è inedito (ma non tutto: Gallinari è morto nel 2013, per esempio). Molte interviste sono tratte da un documentario francese. C’è Mario Moretti, che ha ancora l’aria tronfia di stocazzo e si vanta – da massimalista livido quale è sempre stato, versione odiosa e ottusa di Curcio – di quanto fosse giusta la loro lotta. Parla ancora di “compagni”, racconta sequestri e morti con l’orgoglio del duro&puro che mai cambierà. Moretti, per la cronaca, è quello che inchiodò l’auto in via Fani, costringendo l’auto di Moro e quella della scorta a fermarsi. A quel punto partì la mitraglia dei quattro armati, quelli della foto: Valerio Morucci, Raffaele Fiore, Prospero Gallinari e Franco Bonisoli. Moretti fu anche quello che ammazzò personalmente Moro nel portabagagli. Un’altra voce è Gallinari. È scomparso cinque anni fa. Sparò anche lui: si occupò dell’auto di scorta dietro Moro con Bonisoli (che nello speciale non c’è, anche se fu quello che sparò di più). Gallinari ha ancora i toni dell’ideologo marxista, come li aveva al processo del ’74 giusto nei giorni dell’omicidio Coco. Disegna con precisione le mappe e l’incrocio tra via Fani e via Stresa, ci dice che salvarono la vita al fioraio impedendogli di andare a lavorare quella mattina squarciandogli le gomme. Gallinari fu anche uno dei quattro carcerieri di Moro con Moretti, Anna Laura Braghetti (poi moglie di Gallinari) e Germano Maccari. Fiore è il classico manovale delle BR, quello che sparava e neanche sapeva bene perché lo faceva: parla male e si mangia le parole, è un energumeno che ride (ride?) ripensando a quei giorni quasi con nostalgia. E poi c’è Morucci, di un’antipatia abissale, un criminale convinto d’esser intellettuale con la classica aria di superiorità-de-sinistra che ha fatto più danni della grandine tanto ieri quanto oggi. Ci ricorda che nei Settanta i brigatisti andavano in fabbrica e gridavano “viva la fica”, perché si divertivano anche loro. Al tempo era fidanzato con la Faranda. Morucci, che sparò con Fiore all’auto di Moro, fu anche quello che telefonò a un amico di Moro per comunicargli dove fosse il cadavere dello statista democristiano. La sua voce era fredda e insopportabile, proprio come adesso. In pochi secondi i quattro, tutt’altro che sparatori provetti, ammazzarono cinque agenti della scorta, che non erano neanche armati perché – del tutto impreparati – tenevano le auto nel portabagagli. Morirono tutti sul colpo tranne uno, che fu raggiunto e freddato da Bonisoli. Forse – non si è mai capito – Bonisoli si premurò anche di freddare gli agenti con colpi di grazia “non previsti”. Nel tempo Bonisoli è parso l’unico a commuoversi e vergognarsi per quanto fatto. Potete rendervene conto ad esempio qui: https://youtu.be/FIF8P3z3RPA. Non è da escludere che fu proprio questo “pentimento morale” a favorire la sua amicizia successiva con Indro Montanelli.
I brigatisti, che abbracciarono la clandestinità nel ’72 dopo un’azione di polizia che li sgominò quasi del tutto, erano poche decine di persone. Ma misero per più di un decennio sotto scacco il paese. Molti tifavano per loro. Quando Moro fu sequestrato, in tanti festeggiarono. Moro “vinse” la sfida con Fanfani e Andreotti, altri obiettivi delle BR. Fanfani era meno simbolico e Andreotti più protetto e meno prelevabile. Così scelsero Moro. Ma ci fu un altro motivo: il giorno in cui fu sequestrato, si doveva votare la fiducia al governo Andreotti con l’appoggio esterno del PCI di Berlinguer. Quella morte fece comodo a tante persone, anche a parte della DC stessa. Forse le BR furono pedine criminali al servizio (consapevole o inconsapevole) di forze più grandi. Magari i servizi segreti. Magari gli Stati Uniti: c’era la guerra fredda e il PCI al governo, in una nazione strategica come la nostra, era per troppi un’opzione inconcepibile. Doveva essere l’inizio del compromesso storico: ne fu la fine. Come lo fu di Moro. Della sua scorta. E delle BR stesse, che prima di estinguersi lasciarono però molti altri morti nel selciato con ferali colpi di coda.
Confesso però che, di questa trama per sempre intricata, quello che mi attanaglia e sconvolge è la dimensione “privata” dei personaggi, più che quella pubblica. Il lessico. Il delirio ideologico. La forma mentis. La naturalezza nel pianificare. Nell’uccidere. Nel giustificarsi e nell’autogiustificarsi. Chi oggi straparla di politica, ancor più se giovane, prima di gridare al “regime” e altre cazzate, studi la storia. Si legga i libri necessari. E si guardi opere oltremodo meritorie come quella di Purgatori, a cui va – per quel poco che vale – tutto il mio plauso.

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