IO CHE SONO STATO IN MANICOMIO – di Matteo Venturini

Mi rompo una gamba: vado in ortopedia.
Ho problemi al (non di) cuore: vado in cardiologia.
Ho problemi intestinali: vado in gastroenterologia.
Ne ho i coglioni pieni: mi rilasso guardando Georgie che corre felice sui prati (è una pornometafora… )…
Quando secondo le “stime ufficiali” non rientro nei parametri stabiliti… come un prodotto da banco scaduto vengo rietichettato per una nuova proposta commerciale da esibire a basso costo dopo un week-end in psichiatria.
Il Genio di Basaglia, ahimè, è stato preso per il culo. I manicomi ci sono ancora e io ci sono stato solo che adesso prendono il nome di Villa “X” o Parco “Y” ma hanno i muri color panna invece di essere bianchi e alle finestre non ci sono sbarre ma vetri infrangibili. A prova di bomba.
Tra le altre, anche la camicia di forza ha cambiato stile assumendo le caratteristiche di una siringa ma spesso usano comunque legare ai letti i malati con garze, se va bene… altrimenti con cinghie di cuoio.
Gli infermieri prendono a schiaffi e a sputi i “diversi”… quelli più innocui ovviamente… a me nessuno mi ha mai toccato forse perché peso una novantina di chili, sono alto e rispondo…
I medici deridono spesso coloro che vengono reputati “merde” e si fanno pagare in privato prestazioni extra.
La psichiatria è, anche, un bordello.
In un mese, anni fa, ogni sera mi scopavo una tipa diversa (da utente) così come facevano i “luminari”. Eravamo tutti d’accordo. Ero in una clinica neuropsichiatrica.
Al di là della mie solite stronzate che non sono frutto della schizofrenia che mi appartiene, assicuro che tutto ciò che riporto lo posso provare.
La psichiatria non è un processo di (ri)qualificazione e il motto è:” Annulliamo il diverso prima che diventi migliore”.

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