L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DEL VOLER ESSERE NELLA LETTERATURA – di Enrico Nascimbeni

Leggo un post su Facebook di Selene Pascas (che poi ha tolto ma, verba volant, screenshot manent) – una delle 35mila scrittrici che vengono pubblicate ogni anno in Italia: “Smettiamola di confondere Case Editrici (che pubblicano un autore cui credono senza chiedergli alcun contributo) e Stampatori (che semplicemente stampano i libri dietro pagamento… es. booksprint). Anche perché rischiamo di confondere Autori e Fruitori di un servizio tipografico! Su… non si tratta di libri ma di stampe… poi, è chiaro, chi si autopubblica non necessariamente è incapace di scrivere… ma non si può affermare il contrario perché chi viene scelto da un editore ha sempre qualcosa da dire e sa come farlo. Quindi, attenzione a saper distinguere…”

Ipse dixit. Ma nemmeno tanto. Sulla pima parte di questo scritto che sicuramente passerà alla storia dei duri e puri ne parlo dopo. Ora mi soffermo sulle ultime parole scritte da questa signora. Cioè: “Chi viene scelto da un editore ha sempre qualcosa da dire e sa come farlo. Quindi, attenzione a saper distinguere.” Purtroppo devo replicare che il tutto dipende dall’editore. Non dallo scrittore. Mi vedo costretto a citare alcuni autori bocciati da editori meno illuminati sicuramente di quelli che hanno pubblicato la signora Pascasi. Gabriel Garcia Marquez ad esempio. Il suo “Cent’anni di solitudine” venne bocciato da editori illuminati. Poi Marquez prese il Nobel per la Letteratura. Ma questo è solo un particolare. Conan Doyle col suo Sherlock Holmes venne deriso da altri editori illuminati. Joyce con suo Ulisse venne spernacchiato da parecchi editori e l’editor, che si chiamava Virginia Woolf. Stessa sorte per Lolita di Nabakov e La campana di vetro di Sylvia Plath. Il gabbiano Jonathan Livngstone di Bach venne bocciato da 18 editori. Gli indifferenti di Moravia vennero definiti dall’editore che non pubblicò il volume: “Una nebbia di parole.” Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa venne pubblicato dopo la morte dell’autore. Nessuno in vita glielo pubblicò. I primi due romanzi di Susanna Tamaro vennero cestinati da 26 editori. E la lista sarebbe lunghissima.

Quindi mi spiace ma non sempre un editore sceglie chi “ha qualche cosa da dire e sa come farlo”. Non sempre gli editori sono illuminati come è altrettanto vero che non sempre gli scrittori lo siano.

Sulla prima parte dello scritto della signora Pascasi cercherò di essere breve. Attacca le case editrici che chiedono un contributo? Beh. Montale pagò alla casa editrice il suo primo libro. Poi il fatto che vinse il Nobel forse è solo un piccolo particolare. Mi sembra non ci sia nulla da aggiungere.

Penso che ognuno debba farsi i… libri suoi. Tutto qua. Tutti gli scrittori sono necessari nessuno è indispensabile. Oppure… Tutti gli editori sono necessari nessuno indispensabile.

Scrivere un libro è una cosa seria. È un lavoro. Pubblicarlo pure. Attaccare l’altrui lavoro (da quale pulpito?)  lo trovo sconveniente e sbagliato. Purtroppo Facebook provoca a volte deliri di onnipotenza e autocelebrazione. Lo so perché ci sono cascato pure io. Voliamo basso. Perchè volando basso si colgono meglio le sfumature e i contorni.  E allora si. Si può affrontare il “mestiere di vivere”. E di scrivere.

“Raccomando ai miei posteri
(se ne saranno) in sede letteraria,
il che resta improbabile, di fare
un bel falò di tutto che riguardi
la mia vita, i miei fatti, i miei nonfatti.
Non sono un Leopardi, lascio poco da ardere
ed è già troppo vivere in percentuale.
Vissi al cinque per cento, non aumentate
la dose. Troppo spesso invece piove
sul bagnato.”

Eugenio Montale, Per finire, in: Diario del ’71 e del ’72, Milano, Mondadori, 1973.

 

 

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