GIULIO NASCIMBENI, MAESTRO DELLA TERZA PAGINA – di Marzio Breda

Giulio Nascimbeni, maestro della Terza Pagina

Per quasi 50 anni al «Corriere», lavorò con Montale e Buzzati

Articolo tratto dal Corriere della Sera del 29 gennaio 2008

Giulio Nascimbeni (nato a Sanguinetto nel 1923) con Fernanda Pivano (foto Archivio Corsera)

«Volevo fare il poeta. Nel primo dopoguerra avevo portato i miei componimenti a Vittorio Sereni, che mi era stato presentato da un amico, chiedendogli se valeva la pena che continuassi. Mi disse di sì… poi le cose sono andate diversamente. Confesso che a quel tempo avevo l’ingenua convinzione che scrivendo poesie si diventasse giornalisti».

Era così che Giulio Nascimbeni rievocava i propri esordi nella professione, alla quale era approdato dopo qualche anno come professore di liceo, pensando forse al miracoloso equilibrio tra letteratura e giornalismo raggiunto dal suo già allora amatissimo Montale. Quell’equilibrio fu poi davvero la cifra della sua lunga stagione al Corriere, vissuta tra grandi libri, grandi storie e grandi personaggi. Anni trascorsi «girando intorno» alla stanza al pianoterra di via Solferino, dove guidava la leggendaria Terza Pagina e dove tutti lo hanno sempre chiamato «paròn»: un modo di riconoscere insieme la sua identità veneta, esibita con orgoglio, e la sua autorità nel lavoro. Lo ha ricordato parecchio tempo fa anche Giampaolo Pansa, in Comprati e venduti: Giulio era la persona cui tutti si rivolgevano per un consiglio, prima di cominciare un’inchiesta o di partire per un’intervista o semplicemente per chiedergli di «passare» con mano sicura un articolo.

Come «firma» aveva esordito prestissimo, a 16 anni, con un elzeviro pubblicato sull’Arena di Verona, il quotidiano dove si era poi formato assieme ad un gruppo di amici quasi coetanei destinati a farsi largo come lui e ai quali era rimasto legato sempre: Silvio Bertoldi e Stefano Reggiani, su tutti. Finché nel 1960 arrivò la chiamata a Milano, al Corriere d’Informazione, guidato da Gaetano Afeltra, che lo aveva scoperto leggendo una sua cronaca giudiziaria. «Era il sogno che avevo coltivato fin da bambino», raccontava. «Tanto è vero che quando la maestra delle elementari, Itala S., mi assegnò un tema su ciò che avrei voluto fare da grande, risposi in tre lunghe pagine: il giornalista del Corriere. Che arrivava ogni mattina a casa mia, a Sanguinetto, e che guardavo dandomi arie da adulto anche se sapevo a malapena leggere».

Tra Vergani e Buzzati, Piovene e soprattutto Montale, del quale sa recitare a memoria tanti versi, Nascimbeni lavora sentendosi come «una carta assorbente». E approfondendo con infinite letture e incontri una già salda cultura classica. Tranne una parentesi alla Domenica del Corriere, di cui è stato direttore, l’intera sua parabola professionale si è svolta in via Solferino. Dove governava un prestigiosissimo parco di collaboratori, senza trascurare lui stesso di scrivere. Memorabili, per capacità di artigliare i caratteri, le sue interviste a Paolini, Simenon, Borges, Marin, Chiara, Zanzotto, Moravia, raccolte nel volume Il calcolo dei dadi. Di libri ha scritto e parlato in una fortunata, e durata a lungo trasmissione televisiva, la prima del genere in Italia. Anche se il libro che sfogliava davvero tutti i giorni è stato il vocabolario d’italiano.

«Da quello s’impara sempre qualcosa», diceva, prima di stendere ogni settimana — e fino a pochi mesi fa—una rubrica che è stata il suo cordone ombelicale con la redazione, dopo che si era ritirato nella terra d’origine. Tra le rare sortite che ormai si concedeva, le riunioni di un paio di sodalizi di cui faceva parte: la giuria del Premio Masi Civiltà Veneta, che presiedeva, e quella del 12 Apostoli, che aveva fondato con Montanelli, Biagi e Marchi.

Nascimbeni si è spento ieri sera, a 83 anni, nella casa dove aveva imparato a leggere e dove aveva «riscoperto libri intoccati da anni». Li sfogliava con una vaga frustrazione, pensando che «tra noi c’è una parentela, uno stato di famiglia», ma anche una distanza incolmabile. Perché, spiegava, «ho conosciuto le mani che, tra le mie, li hanno toccati, ho amato gli occhi che li hanno visti, le voci che illustravano la loro bellezza… Per considerarli libri da rileggere come mille altri, avrei bisogno di persone che non ci sono più, dovrei sentire certi passi sul pavimento della stanza qui sopra…».

Quando anni fa morì improvvisamente un collega, Nascimbeni scrisse, con parole di casto dolore: «Ci sono le mattine, le sere, in cui se ne va qualche amico. Allora il lavoro unisce il conto delle righe al dolore, la preparazione del titolo al rimpianto». Ora purtroppo quel difficile lavoro tocca a noi, caro Giulio.

 

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