ELEZIONI… LE MADONNE NON PIANGONO PIU’ – di Pier Paolo Pasolini

Ricordo sempre con intimo, quasi struggente piacere le mattinate di scuola in cui i miei professori invece di fare lezione si lasciavano prendere da non so che pigrizia e libertà e ci parlavano di altre cose. Erano, almeno nel ricordo, mattinate come queste di maggio o giugno, in cui l’anno scolastico stava per finire. C’era questo sole stagnante, immenso e mite; il sole delle poesie estive di Sandro Penna… Ebbene, Gennariello, oggi è appunto una di quelle mattinate in cui i professori non hanno voglia di fare lezione, e parlano d’altro. Oltre tutto siamo «sotto» le elezioni: la cosa è più che naturale. Il discorso da fare è molto aspro, anche se in qualità di pedagogo non posso che essere pacato. Ecco. Fino a una decina di anni fa «sotto» le elezioni piangevano le madonne, oggi vengono rapiti degli alti magistrati. Il problema è il seguente: che nesso c’è fra questi due fenomeni? Io credo che ci sia, prima di tutto un nesso di opposizione e di incommensurabilità; un universo in cui, in qualche modo, contino le lacrime della statua di una Madonna, è opposto e incommensurabile a un universo in cui tali lacrime non contino assolutamente più. Si è avuta in mezzo, appunto, la fine di un universo. Milioni e milioni di contadini e anche di operai – al Sud e al Nord – che certamente da un’epoca molto più lunga che i duemila anni del cattolicesimo si conservavano uguali a se stessi, sono stati distrutti. La loro «qualità di vita» è radicalmente cambiata. Da una parte sono emigrati in massa in paesi borghesi, dall’altra sono stati raggiunti dalla civiltà borghese. La loro natura è stata abrogata per volontà dei produttori di merce. Ma di ciò ti ho già parlato altre volte, e spesso ancora te ne parlerò. Resta da esaminare il nesso che almeno meccanicamente unisce i pianti delle madonne ai rapimenti dei magistrati. Tale nesso è organizzativo e pragmatico. E, come tale, enigmatico. Come veniva progettato e realizzato, infatti, il pianto di una Madonna? Un parroco veniva a Roma, prendeva accordi con qualche alta personalità vaticana, otteneva il dovuto viatico ecc. ecc.?
Oppure il mandante di qualche grossa autorità democristiana (il Fanfani e l’Andreotti, o lo Scelba, di quegli anni), scendeva in qualche paese scelto, contattava il suo parroco, gli dava le dovute disposizioni ecc. ecc.? Oppure questo parroco faceva tutto da sé, interpretando i taciti desideri di coloro che stavano in alto e avevano bisogno di essere rieletti, possibilmente con la maggioranza assoluta? Fatto sta che l’imbroglio riusciva sempre perfettamente e mai nessuno è stato smascherato. In questo i rapimenti dei magistrati e i pianti delle madonne si assomigliano alla perfezione: anzi, sono in sostanza la stessa cosa. Certamente, poi, l’ingranaggio della prima organizzazione (il pianto della Madonna) – per quanto per esempio in Sicilia la mafia non dovesse essere estranea – era molto più semplice dell’ingranaggio della seconda organizzazione (il rapimento di un magistrato): per quest’ultimo occorre un apparato criminale immensamente più raffinato: e inoltre occorre almeno l’intervento della Cia (fino a poco tempo fa attraverso il Sid: e ora?) Inoltre mentre un tempo bastava indurre gli animi a temere ingenuamente il giudizio divino (le lacrime della Madonna erano anticomuniste), ora occorre creare negli animi due tensioni: una anticomunista e una antifascista. «Sotto» queste elezioni, a quanto pare, siamo in una fase di tensione antifascista. Però, però, però… Mentre per le stragi di Brescia e Bologna si può decisamente parlare di una «montatura» antifascista, organizzata dai democristiani (non più, ora, molto cattolici) al potere, stavolta, a proposito dei Nap, non si può decisamente parlare (o meglio non si vuol decisamente «far parlare») di fascisti. A quanto pare, siamo a una nuova demoniaca progettazione: prendere due piccioni con una fava: lasciare cioè sospeso se si tratti di rossi o di neri, creando così nel tempo stesso una tensione anticomunista e una tensione antifascista. Certo, molto dipende dalla figura del magistrato rapito. Intanto va detto che è strana la somiglianza tra Sossi e Di Gennaro: almeno quanto a cartello segnaletico e a dati esterni. Ad ogni modo, mentre non conosco Sossi di persona, conosco invece Di Gennaro benissimo. Egli è stato pubblico ministero in un processo contro il mio film La ricotta, accusato (fascisticamente) di vilipendio alla religione… Ora nessuna persona è più reazionaria, nel mio ricordo, che questo Di Gennaro. La sua arringa contro il mio film è stata controriformistica e sanfedista a tal punto che, come ti possono testimoniare i numerosi intellettuali e giornalisti che l’hanno ascoltata, ha rasentato il granguignolesco e il ridicolo, per non dire ovviamente il volgare. Ë stata il capolavoro orale del clerico-fascismo degli anni Cinquanta (il processo si svolgeva nel ’63). Cioè, quanto a livello culturale dello stesso clerico-fascismo che organizzava i pianti delle madonne. Ora c’è da chiedersi: che rapporto politico c’è tra quest’uomo della vecchia destra – reazionario e duro, ma anche ambiguo (visto che il processo alla Ricotta era un atto manifestamente persecutorio, che vedeva implicato il Vaticano e l’intera ufficialità del potere democristiano) – e coloro che l’hanno rapito? Perché è stato scelto lui? Che logica lega il rapito ai rapitori? Non saprò mai rispondere a queste domande, se non su un terreno puramente ideale. Ed è ciò che cercherò di fare continuando fin che sarà necessario questa nostra digressione.
5 giugno 1975.

 

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