L’ESTATE È CAMBIATA – di Gianfranco Manfredi

Nel mondo del posto fisso, l’estate era vacanza, o più esattamente il tempo destinato a ricostituire le energie della forza lavoro, e insieme il tempo concesso, dalle democrazie, alla sensibilità generale dei cittadini: non si può vivere di solo lavoro. L’estate poteva rivelarsi preziosa anche a fini di mercato: spendi, consumi. Ti diverti pagando. Nel mondo di oggi, a lavoro precarizzato, d’estate le città si svuotano lo stesso, ma si avverte la migrazione come una sorta di obbligo sociale. Il lavoro, precario di per sé, in estate è sospeso, per tutti i non addetti al turismo e ai lavori estivi. Dunque non ha nemmeno senso cercarlo. C’era poco prima, figuriamoci d’estate. L’estate diventa il simbolo della deprivazione assoluta da riempire con riti obbligati: prendere il sole, bestemmiare per il troppo caldo o se piove, cercare svago, aprire e chiudere parentesi famigliari o sentimentali, salire e scendere da treni affollati, fare code agli aerei (con i lavoratori di Ryan Air giustamente in sciopero), limitare le vacanze a sortite di pochi giorni perché di più non si può spendere, sacrificando un terzo del tempo in automobile. Vacanze coatte. Vacanze di pausa imposta per una consuetudine sociale figlia di altri tempi. Spesso ci si annoia. Si spera che l’estate passi in fretta, per poter tornare ai più animati casini della vita normale.

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