LA QUESTIONE DEL PONTE SULLO STRETTO – di Danilo Cannizzaro

(In evidenza: ritratto dell’Autore, per gentile concessione dell’Autore stesso)

Non scalpitate amici! Rasserenatevi.

Non vi priverò oltre del conforto di una mia parola definitiva in merito ad una faccenda parecchio dibattuta. Liberalmente, concederò anzi al popolo (senza distinzioni di razza messinese o reggina, o colore della pelle: son sempre un illuminato, si consideri, alla fin fine…) un contributo decisivo sull’annosa questione riguardante il ponte sullo stretto di Messina. Una delle soluzioni più brillanti di cui ho notizia, è esemplificata in questa storia…

 

***

 

Se ne stava seduto là – la seggioletta di paglia, coi suoi legni irrisorî, ormai non se ne accorgeva neanche più delle natiche ossute che sorreggeva senza sforzo, così come del resto dell’intelaiatura, fatta a forma di scherzo di natura –  incurante del peso con cui l’atmosfera terrestre torchiava le sue spalle gracili e le righe profonde tracciate sul volto dal tempo, quasi il noto galantuomo avesse voluto prendersi lo spasso di pettinargli la fisionomia con un rastrello da giardino adatto alle foglioline piccole.

Qualcuna di queste rughe era rimasta però spettinata, così provocando l’effetto di disordinare gli altri tratti somatici disposti a cascata dalla fronte, eccellente – bisogna riconoscere – in fatto di pallore osseo.

Tutto insomma, sembrava volesse cooperare entro i confini magri della sua persona al fine di far dire a chiunque lo scrutasse: “Ma davvero? Possibile? Come mai?”

In questo ultimo periodo della vita il vecchio profondeva la maggior parte delle sue risorse nella pratica del nutrire una dignitosissima e silente diffidenza nei confronti degli uomini in carne ed ossa (consentendosi tuttavia di riservare un’aliquota minima di credito esclusivamente a quelli che vivevano stampati nei libri di gesta ed avventure edificanti e magnifiche) in pacata risultanza della riflessione che la vita, intorno a lui, si srotolava, tutto sommato, con un abbrivio tranquillo e privo di scosse.

Qui giunti, ebbene, si dovrà presto evidenziare che una ponderazione consorella, all’altra, faceva da puntello e spiegazione: non altro che una robusta quantità di grossi imbrogli, enormi falsità e massicce ipocrisie fanno da severi custodi alla saldezza e alla stabilità sociale. Siffattamente e tale, si realizzava la gittata della sua visuale filosofica, l’orizzonte guatando dell’umano cumulo.

Allorché tutta questa mole di attività meditative lo riduceva allo stremo delle forze psichiche, stancamente chiudeva gli occhi e lasciava che in quel buio procurato venissero a visitarlo volti sciupati altrettanto, che lo fissavano con espressione indecifrabile; infine si risolveva a prendere in mano uno specchietto pressappoco circolare che teneva appeso sullo stipite della porta (la nicchia naturale dell’omarino e della seggiola – uniti indissolubilmente come nell’idea di un enigmatico mito primitivo), vi proiettava la sua parvenza, indaffarata in una complicata ginnastica di ondeggiamenti di palpebre e sopracciglia, e alla fine invariabilmente ripeteva: “Mmàh! Ancora non mi capacito.”

Un passante occasionale che si fosse impercolà fermato istanti alcuni ad osservare i predetti esercizi espressivi, con probabilità ottima non avrebbe notato gli aggrovigliati alberelli azzurro-violacei di capillari varicosi, testimonianza preziosa – ed unica altresì – di un qualche apparato (corrispondente al cuore, in una creatura antropica) incaricato di pompar faticosamente quel poco di sangue attraverso le inospitali tubature dell’organismo stravagante, ma di sicuro avrebbe potuto constatare, con la modica spesa d’attenzione quand’anche superficiale, che l’anziano tratteneva nello sguardo un che di ansioso, come se – appunto – si trattasse di un vero e proprio essere umano, capace per di più di personali sentimenti, e d’opinioni, imperocché.

E più agevolmente perfino, avrebbe rilevato – sempre il benigno passante testé evocato – l’armeggio industrioso, concentrato nell’utilizzo d’una minuscola chiavetta per mezzo della quale scassinare uno scrigno di latta che indubitabilmente conteneva un segreto, e che all’esterno recava soltanto un’iscrizione, esotica, e misteriosa alquanto: Simmenthal.

 

***

 

La conseguenza immediata dello shock, dell’urto spaventevole, subito dopo un incidente, è quella di volersi rialzare lestamente e scoprire che nulla di grave è successo, che ossa, cartilagini ed altri opportuni connettivi sian in ordine e presenti, e che tutto, normalmente, sia installato nelle sedi appropriate ed abituali; un’ammaccatura, tutt’al più: pazienza. Due manate per riassetto e spazzolatura a secco, e via, basta là. Si torna ordunque pel mondo a sgambettar, sereni e lieti.

Talora nondimeno, la confusione del momento non permette di metter bene a fuoco, di sbrigare il bilancio positivo desiderato.

 

***

 

Sventura e perdita.

Il fracasso del tuono, a volte, sembra voler riportare l’annuncio remoto di qualcosa che sta per non esser mai più. Un suono convenuto, antichissimo. Un segnale arcaico. Certamente: triste.

Costernato, forse.

Anche il mare pronunzia sillabe somiglianti, in certe occasioni. Tra gli alberi, il vento – forse per invidia preistorica – lo imita. Minime, cupe cantilene luttuose, nenie funeste, nella cui comune voce paion ripetere: “Per sempre” E “Mai più”.

Il rumore dello schianto si propagò allo stesso modo. Triste: certamente.

Bàh.

Autovetture da revisionare, freni da revisionare, imbecilli da revisionare, il mondo è pieno. Quanti ne vuoi. Quattro sono le tue, quattro sono le mie, adesso si va a nanna, domani si vedrà.

 

***

 

Riandò, la memoria del vecchio scombinato – attualmente, più che mai – alle mansuete serate estive divenute a questo punto lontane, lontane, non per calcolo di pallottoliere, ma per metro di trapassato ardore e sentimento, in cui l’acqua irrorata d’idrolitina era più frizzante, le vacche più marròn, gli occhi tuoi più blu.

Tra poco, come allora, vorrebbe tornare a pensare, toccandosi la pancia: “Ecco, qua dentro ci sono io, là fuori invece c’è tutto quello che non mi somiglia e non mi appartiene. Finché questo equilibrio è mantenuto, tutto andrà molto bene.”.

Vorrebbe, tra poco, infilare la lingua tra i due poli della batteria, ma per sentir se è carica la sua vita, stavolta, non la batteria. E allora sai che ti fo? Nel frattempo, penso a un fatto. Tanto ci penso, che le vene della testa mi battono forte.

Le sento da qua: “Pùm! Pùm!”.

 

***

 

Infatti, come in un sogno pensava, o magari sognava di pensare:

“Quando stavi con me, eravamo dentro una foresta. Eravamo dentro una giungla, dentro un pensiero comune per noi due; eravamo protetti; nascosti; non c’era la morte o la paura di invecchiare. Non c’era altro che noi due riuniti, in una famiglia speciale, indistruttibile. Vedevamo macchie e fronde e raggi di luce abbagliante, dal buco dove stavano rintanati, ed eravamo più che felici: eravamo immortali.

No come ora, che penso alla morte e alla malattia perché non ho saputo fare gli anticorpi alla tristezza maledetta.

Io, le ho permesso di prendermi l’anima. E prenderla a calci come fosse una cosa sua, da maltrattare, da tiranneggiare. A strapazzo.

Dovevo volermi più bene da allora. E di sicuro dovevo volere più bene a te che eri il mio rifugio magico. Ma, allora, la felicità non me lo faceva sapere e me lo nascondeva ben bene cosa era delizioso e cosa non lo era.

Ho sciupato dunque la mia vita a preoccuparmi del domani, sprecando di fatto l’oggi.

È il mio più grande rimpianto e la mia colpa maggiore.

Codardia.

Ho peccato, di troppa viltà. La viltà d’essere ancora vivo e giovane.

Troppo giovane per piangere sul serio: in silenzio. Senza far alcun rumore.

Quale Dio potrà perdonarmi..? Quale Dio non si vergognerà di me?

Quale Dio? Quale io?”

 

***

 

Ma non era morto (qualora il Lettore preferisca regolarsi diversamente): il suo spiritaccio ostinato stava ancora lì, su una barchetta a remi, che cercava di attraversare lo stretto di Messina.

 

***

 

(Ditelo, ad amici e parenti, e pensatemi dunque, com’io già feci e perduro).

 

 

 

 

 

 

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