QUELLO ALLO SPECCHIO – di Danilo Cannizzaro

Ma infatti faccio un sogno, di tanto in tanto.

Questo, accade fra le cortine del buio: dissolta la coscienza, mi ritrovo su una strada in tutto molto simile a quella che un tempo frequentai, a motivo e per colpa di una donna.

– «Ciao,» – dico timido alla visione fantastica, ignaro della circostanza che là, tutti, mai invecchiano mai, e sono felici – «come va?»

Vorrei averla tra le braccia e rassicurarla, dirle che malgrado i fatti capitati, a lei penso spesso; ma (per un riguardo alla gravezza del pudore orgoglioso) vorrei tacerle che l’amo anche ora, dopo anni e anni, daccapo (“Non lo capisci?”) e un’altra volta.

Ecco: vorrei confessarle finalmente, con una danza di sguardi sospesi ed ansiosi che le mie mani (“Lo vedi, come vibrano?”) amano le braccia di lei, i capelli, la bocca gravida di promesse mai pronunciate e, malgrado ciò, riconoscibili.

 

***

 

Quella strada, se non per poche piccolezze irrilevanti, non sembra granché cambiata neppur fuori dal sogno: ai lati d’essa, vecchie casematte di blocchi petrosi, dai tetti ondeggianti in piccole risacche di tegolati irregolari, imprecisi, emotivi. Costruzioni pigramente sparse su un morbido pendio, strinato oltremodo dal sole del mezzodì, e picchiettato da macchie di carrubo – accidioso e supponente al pari della popolazione – spettinato dalle dita di Dio.

Ora però, in quella strada, lei non c’è più.

Nemmeno io ci sono.

Ci sono recenti persone, a far cose diverse: matrone, a scacciare la polvere dalle soglie, litigando col vento villano – anche se scarso; vecchietti, a spurgare resoconti salivari di toscanelli rimasticati, mentre la briscola è a coppe; monelli, sfusi e a pacchetti, seminati intorno ad un tracciato di numeri di gesso, là dove la carreggiata è un minimo spianata.

Manca invece la lapa [1] del leggendario ’ròn Sùzzu ’u “Nìuru[2] (dall’incarnato cupamente bruno e la zazzera setolosa color fumo di lontra) debordante di grappoli d’uva nera grassoccia, percoche “col pizzo” e persiche senza pizzo sacre ad Arpocrate silenzioso[3], imponenti banane intimidatorie come randelli riuniti in fastelli odorosi; manca pure quella del fiabesco – in senso gotico – antagonista ’ròn “Pìnu ’u Minnìcu[4] (del quale tardi epigoni gaiamente ripetono tutt’ora il grido possente di battaglia: “Scècca, mi taliasti? Òra vole dìre che t’à ’nsapunìu![5]) militarizzata con spuntoni borchiati, corna bovine e rostri d’altre raccapriccianti mitologie aliene, anch’essa straripante di frutti e fior di terre aborigene e lontane, tutti paritariamente maturati al carezzevole e toccante tepore dell’economico ma formidabile stallatico generato – non creato – dalle sue individualissime, fertilizzanti viscere, commosse.

Altra gente, persone diverse – nuove, in molti casi – arrivate ad occupare, ripopolare quella strada quando io e la donna via ne siamo svolazzati. Gente che vaga e divaga per lo stesso angolo di mondo in cui avevamo camminato noi, e che dopo un tempo differito se ne andranno, vai a saper dove, per lasciare il posto ai rimpiazzi successivi.

Bene.

Ma lei e io, ah no, non ci siam più.

Di noi (e dico: forse) che resta? Tòh: l’eco di un pianto, inconfessato.

Asciutto, senza lacrime.

Fatto da rughe, fiati. Cose così.

Case e cose, ad ogni approssimato conto, hanno gl’identici colori, le forme e le apparenze di un tempo.

 

***

 

Qualche rara volta ci transito pure, da quella fessura d’isola, e forse – chi può dirlo? – anche lei ci passa.

Laggiù indugio un poco, tergiverso con riflessioni – sconclusionate perlopiù – e mi soffermo a ricomporre ricordi che, se privati di controllo, vorrebbero sbiadirsi, disordinati e indocili.

Ecco, infatti, che in mente – un fiammifero per lume, nei nascondigli oscurati – cala e ridiscende la processione di lanterne appassite, porte impallidite, palizzate ridipinte, inferriate scrostate, ciottoli millenarî, insetti quaternari e bestemmie tridimensionali mescolate a coriandoli di spicciola violenza effimera colà sperperata: la signùra Gìna che smazza i suoi daffari con calcolata isteria (poi ci pensa il marito, a riequilibrarla a timpulati [6]); attruppati monelli evasi da scuola (che tanto, se non è ora, le buscano sode dopo, e lo sanno – ma intanto, è Libertà); canuzzi bastardini di strada – essenzialmente malnutriti – che fanno a gara con le pietre (se vincono i bersagli animali, risparmiano qualche occhio e alcune ossa – che non è male –, se vincono i proiettili, fanno punteggio e classifica, più bestiale comunque); botte da orbi per sfregio superfluo (laddove i percussionisti tormentano gli orbi del tipo della minoranza che non può, o non sa difendersi); ma nel caleidoscopio compaiono anche briciole ingannatrici di confusi miraggi, refusi mentali non corretti fin adesso, minuzzoli di riso ed interiezioni di mestizia indigerita, immagini sfrangiate e parvenze illusorie, odor di frittelle di zucchine e melenzane a polpetta col fommàggio che cola, pale di fico d’india essiccate e mosaici di foglie dalle venature imprevedibili (la mente, del resto, è un fil di capello), frantumi d’altra varietà emozionale, e poi anche trucioli, riccioli e schegge di legno (non per nulla il falegname se ne muore poco alla volta, lì all’angolo, inspirando fumo nazionale ed espirando imprecise nostalgie, assuefatto a non più attendere un sogno redentore – o un abbaglio liberatore purchessia).

(Bisogna – attenzione..! Lettore, stai seguendo? Ecco: – bisogna non andar appresso a tutto ciò, e non troppo vicino in ogni caso, se no il piede scivola e ci si scassa la carena).

 

***

 

Poi però mi sveglio, e vedo lei che mi sorride, con in mano il mio caffè.

I lineamenti son sempre quelli, un po’ rilassati: han fatto pace, finalmente, con la forza di gravità.

Dentro lo specchio riconosco – a malapena – uno che proprio non ci riesce, a farmi un sorriso: questo qua ancora non ha raggiunto stabili patteggiamenti, con la forza di gravità ed altre forze, screanzate, alle quali né io né lui vogliamo pensare.

Epperò so che tutti e tre, io, lei, quello dentro lo specchio, alla fin fine, non abbiamo motivo di sentirci scoraggiati: da qualcuno, siamo attesi.

Gente che ci vuole bene.

Ci racconteremo un sacco di cose, quando ci vedremo.

Hai voglia!

 

(François de Roubaix – L’orgue de Migli)

 

 

[1] Apecar: veicolo cassonato a tre ruote prodotto dalla Piaggio fin dal 1948 (N. d. C.).

[2] Don Biagio, detto “il Nero” (N. d. C.).

[3] In Egitto la pesca era sacra ad Arpocrate, dio del silenzio e dell’infanzia, tanto che ancora oggi le guance dei bambini vengono paragonate alle pesche, per la loro morbidezza e carnosità (N. d. C.).

[4] Don Giuseppe inteso: “il Vendicatore” per via dell’ardente attrattiva erotica su di lui esercitata da animali da stalla (N. d. C.).

[5] “Ȏ equino quadrupede, hai osato sfidare la mia comprovata virilità scoccandomi maliziose guardatine? Saprò ben io comminare a te la legittima sanzione officiando il sacrifizio rituale delle tue carni tenerelle!” (N. d. C.).

[6] Schiaffoni (N. d. C.).

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