ONESTA’ UN PAR DI CIUFOLI… DI MAIO SI DIMETTA – di Nicola Forcignanò

L’Italia ha un ministro del Lavoro e vicepresidente del Consiglio che della parola “onestà” ha fatto uno slogan. L’ha urlata ovunque, per le strade, durante i comizi, perfino nell’aula di Montecitorio. Ma, soprattutto, l’ha usata selvaggiamente come una clava sulla testa degli avversari politici. “Onestà-onestà-onestà” il coro con il quale voleva accompagnare al patibolo chiunque si fosse macchiato di un reato. Ma la sua specialità era accanirsi sulle famiglie, degli altri ovviamente.
Ma la storia è implacabile, in particolare modo contro i cialtroni, qual è Luigi Di Maio. Perché la storia spalanca tutti gli armadi e tira fuori le porcherie che uno immaginava là dentro dovessero rimanere rinchiuse. Così la vicenda, decisamente poco edificante, dell’azienda edile della famiglia Di Maio e della quale l'”onesto” ministro è proprietario al cinquanta per cento, esplode come una bomba sullo scenario politico del Paese: “lavoro nero” per il titolare del dicastero del Lavoro è un’accusa grave, gravissima.
Ed è patetica la difesa di questo ragazzetto che deve aver imparato fin da giovanissimo per i vicoli della sua città che fare il furbo paga sempre. Dice di non saperne niente. Anzi, se la prende con il padre che l’ha messo in questo pasticcio che gli può costare il posto e la carriera. Ma come si fa a credere che Giggino – che nell’azienda ha pure lavorato, qualcuno sospetta in “nero” pure lui – nulla potesse sapere di una vicenda giudiziaria che va avanti da più di dieci anni? Si tratta di una piccola impresa, mica di un colosso immobiliare con migliaia di dipendenti.
A voler essere particolarmente indulgenti, arrivando fino al punto di credergli, non si può fare a meno di obbligarlo a un passo indietro, cioè alle dimissioni da ministero. Le indagini le dovranno fare gli ispettori del Lavoro. L’imbarazzo degli ispettori che indagano sullo stesso titolare del ministero – in un Paese che vorremmo normale – è decisamente una cosa da evitare.
E continuando comunque a credere alla sua onestà, è bene che Giggino Di Maio se ne torni a casa. Se non è stato capace di vedere che cosa accadeva nell’azienda di famiglia, come possiamo pensare che una persona così “distratta” possa gestire un’azienda molto più grande, com’è l’Italia? Non ha più la credibilità politica per affrontare gli immensi problemi ai quali è chiamato e per i quali è pure pagato.
Che, poi, il giovanotto sia pure un poco sfortunato è una situazione che gli va riconosciuta. Poco tempo fa, il padre del Di Maio s’era affacciato sulle pagine della cronaca per un’altra vicenda: aveva chiesto e ottenuto, anni addietro, un condono edilizio per aver – come Silvan – raddoppiato il volume della propria abitazione, nella quale avrà vissuto pure l’attuale ministro. Si chiede un condono perché s’è commesso un reato precedentemente. Ma questa colpa del padre non può certo ricadere sul figlio.
Questa furbata del condono, imparata in famiglia, deve aver affascinato Di Maio. Però lui, rispetto al genitore, ha preferito fare le cose in grande. Così nel decreto per Genova ha “infilato” un mega condono per le case abusive di Ischia, casualmente suo territorio elettorale. Pensava nessuno se ne accorgesse? E ha difeso questa vergognosa porcata obbligando i deputati del proprio partito a votarla in aula.
Tutto questo, per farci capire che bisogna stare attenti a usare le parole. Onorevole Di Maio, come direbbero a Napoli, onestà, onestà, onestà un cazzo.

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